Tirando le somme (II): Italia-Germania ovvero il giardino del vicino fa sempre più schifo.

A Gennaio il sommario riguardante le stime sulla disoccupazione per il 2009 proveniente da CGIL, Confindustria e OCSE convergeva verso il dato sostanzialmente univoco di un innalzamento all’8,9%. Quattro mesi dopo, con maggiori dati alla mano, la stima  è stata confermata dall’UE: 8,8%. Circa mezzo milione di nuovi disoccupati rappresentano uno scenario duro, durissimo per chi già versava in cattive acque, sottostimato se si considera il lavoro nero e la non iscrizione alle liste di collocamento e drammatico per gli immigrati regolari che perdendo il posto di lavoro diventeranno prima nullatenenti irregolari e poi, grazie al gerarca Maroni, addirittura criminali e consumatori abusivi dello spazio vitale italico. Eppure all’8,8% la pace sociale dovrebbe miracolosamente tenere, anche se questo lo sapremo soltanto in autunno e nel frattempo vicino casa mia ci sono dei tizi che stanno occupando il Colosseo.

E no, non sono Gladiatori. (*)

Eppure con tutta probabilità non vedremo l’ex classe media rintanata nelle tendopoli come in certe aree della California. I due milioni di disoccupati urlati da Grillo restano un numero buttato là a prefigurare una catastrofe quattro volte peggiore che non dovrebbe verificarsi. Pur non avendo nulla contro Grillo ritengo giusto far notare quando, dopo le “profezie” azzeccate, il comico/tribuno concede all’enfasi millenaristica e alla sete di apocalisse della piazza più del dovuto.

Lontano dagli ottimismi del governo, che a forza di dire che si intravede una nano-ripresa prima o poi ci azzaccherà,  avevo pensato a questo post per fare un po’ il punto a partire delle letterine che si usano convenzionalmente per descrivere l’andamento della crisi: U, V, L e via compitando. Nel frattempo è uscito un articoletto della Napoleoni (la quale ha ben altri titoli in materia rispetto a me che non ne ho pressocché nessuno), sullo stesso argomento che chiudeva domandando ai lettori di che tipo di crisi si tratterà, sempre scegliendo dall’abbecedario il grafema più corretto. Bene secondo me dal punto di vista del PIL almeno per l’Italia si tratta di una crisi che non ha corrispettivi nell’alfabeto convenzionale e dovremmo ricorrere a soluzioni più creative come il not, intesa come il simbolo della negazione logica, una cosa così:

¬

In generale le lettere vengono impiegate per indicare in sintesi l’andamento della crisi. Una crisi a V indica un crollo che tocca il fondo e ha una rapida e repentina ripresa, una U indica un periodo di stagnazione tra il crollo e la ripresa, una W presenta uno scenario di rimbalzi e ricadute, mentre una L, tipica del caso recente del Giappone , descrive un’economia che dopo il crollo ristagnastabilmente per un lungo periodo, molto lungo se si guarda all’economia nipponica come esempio. Se svincoliamo il caso italiano dalla crisi finanziaria del 2008 e osserviamo l’andamento del nostro  PIL in un arco temporale più ampio ci accorgiamo però che l’Italia era già in crisi di suo da parecchi anni e la recente crisi può essere visto come un elemento perturbativo esterno che ha fatto degenerare un andamento negativo già consolidato.
Da ben prima del 2008 gli economisti già individuavano due momenti distinti di discontinuità tendenziale nell’economia del nostro paese: il miracolo e il declino. Il miracolo Italiano, o il boom economico,  si è verificato tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni 60 raggiungendo tassi di crescita costantemente pari o superiori al 6% ed è finito da un pezzo. Con declino italiano si indica un ristagno dell’economia prolungato nel quale ci trovavamo già prima dell’attuale crisi. Nel quinquennio compreso tra il 2001 e il 2005 l’incremento medio del PIl è stato dello 0,7% annuo, con quattro anni consecutivi di quasi totale stagnazione e una crescita contenuta nel 2006 e nel 2007 rispettivamente del 1,9% e dell’1,5%. Infine nel 2008, anno della crisi finanziaria in cui la crisi economica non aveva ancora avuto modo di manifestarsi pienamente, l’Italia ha avuto una decrescita dell’ 1%: eravamo cioè già decisamente in crisi. Il crollo attuale le cui previsioni per il 2009 sono partite dal -2% e ora si attestano su uno sconfortante -6%, sono il precipizio dopo la stagnazione. L’immagine di seguito, piuttosto eloquente, risale a qualche mese fa quando le stime sul 2009 erano appena passate dal -2% al -4% (tradizionalemnte queste tendono ad essere peggiori dele previsioni)quindi potete prolungare a piacimento il precipizio finale:

 


Questo è il motivo per cui la strategia comunicativa del governo, fondata sul concetto che gli altri stanno peggio di noi, non ha molto senso. Per mesi ci hanno ripetuto di guardare alla Germania le cui previsioni per il 2009 erano peggiori delle nostre, allontanando così il catastrofismo. Il PIL tedesco nel 2008 è cresciuta dell’1,3%, pur essendo la finanza tedesca ben più impelagata della nostra nella vicenda subprime (basta ricordare Commerzbank e Hypo Re.) mentre il nostro PIL lo scorso anno era già negativo: quindi o la crisi si era già manifestata per entrambi i paesi e noi stavamo messi peggio o la crisi doveva ancora manifestarsi e noi eravamo già nel mezzo di una crisi locale mentre loro no(*). Le previsioni per il 2009, a lungo sfavorevoli ai tedeschi, a metà anno  hanno già visto il sorpasso con il nostro -6% peggiore o al più in linea con il loro -5,3%.

Quindi sì, la finanza italiana era più lontana dall’epicentro della crisi rispetto alla Germania (e immensamente di più rispetto ai paesi anglosassoni), ma le ricadute sulla crescita economica si inserscono in uno trend storico peggiore, sono attualemenete peggiori e si prevede che lo resteranno anche l’anno prossimo. Quindi adesso vi spiegheranno che bisogna guardare alla Spagna, che  crolla sì peggio di noi ma andrebbe ricordato che aveva appena vissuto il suo miracolo e non un periodo di quasi decennale stagnazione. Chissà se poi i dati dovessero cambiare vi diranno di guardare l’Islanda che è fallita, poi magari il Messico e via di seguito verso paragoni con paesi sempre più esotici e distanti.

Inoltre, è importante notare che una crisi è un genere di evento piuttosto dispendioso per le casse dello Stato: al crescere della disoccupazione aumenta la spesa  per gli ammortizzatori sociali (almeno questo avviene nei paesi civili…), aumentano le pressioni sul sistema pensionistico, diminuisce il gettito fiscale legato sia al reddito di imprese e lavoratori che alla contrazione dei consumi (IVA). E’ noto che la situazione del nostro debito pubblico non brilla per austerità ormai da trent’anni.

La decontestualizzazione dei dati applicata dal Governo e l’assenza di uno sguardo ad un arco temporale più ampio è dettata dalla necessità politica di distogliere la percezione generale dal fatto  che l’attuale maggioranza governa pressocché ininterrottamente dal 2001Seppure l’11 Settembre, i due anni di Prodi succhiasangue e l’attuale crisi mondiale, fossero tutti argomenti condivisibili a lungo andare nella percezione dell’uomo della strada puzzerebbero inevitabilmente di alibi, con eventuali ricadute elettorali. Per questo ci si concentra su improbabili paragoni con la Germania (prima che i dati li smentissero), si impone l’Ottimismo di Stato, si evita l’argomento crisi e si infarcisce il dibattito politico di stronzate (argomenti-moda) come l’introduzione dell’inno delle regioni nell’articolo 2 della Costituzione (ammesso che il Molise esista davvero come entità geografica,   che inno dovrebbe avere?).

La crisi non l’abbiamo scatenata noi, ma eravamo tra i più impreparati e rischiamo comunque di pagarla più a caro prezzo e per un periodo più lungo.
Oh, poi se psicologicamente preferite essere ottimisti e vi piace esultare di improbabili successi sui crucchi, siete liberi di farlo.

 

(*) Ragazzi siamo con voi, ma non era meglio occupare uno dei simboli del potere contemporaneo?
(**) Anche l’economia della Germania si basa in buona parte sulle esportazioni, quindi dire che noi siamo entrati prima in crisi perché c’erano già entrati i nostri clienti, non sembra reggere.


3 thoughts on “Tirando le somme (II): Italia-Germania ovvero il giardino del vicino fa sempre più schifo.

  1. Scacchino ha detto:

    In Germania c’è una tv di Stato? E se c’è, si sognerebbe mai di levare la copertura legale ai giornalisti di un programma come Report?

  2. Aramcheck ha detto:

    Qui il discorso è ampio.
    Il primo a perdere la copertura legale, tecnicamente “manleva”, a report fu Paolo Barnard. Giornalista del nucleo originario di Report decisamente piu’ “garibaldino” e incline ad affrontare temi con inclinazioni politiche forti (vedi Palestina) rispetto al resto della redazione. A detta di Barnard la Gabbanelli non fece nulla per difenderlo e iniziò una campagna piuttosto dura contro di lei con contestuale denuncia della manleva (appunto sgravio delle responsabilità legali dell’editore) come censura legale atta ad inibire la libertà di denuncia civile del gornalista.

    Barnard da quel giorno ha cominciato a litigare un po’ con tutti (tipo Travaglio) a volte con atteggiamenti che sono apparsi ossessivi e inclini alla sindrome da Don Chichotte, dando spazio (troppo per i miei gusti) anche a personaggi internettari di stampo “signoraggista”.

    Oggi la manleva sembra colpire l’intera redazione di Report, il miglior programma giornalistico italiano, e francamente la denuncia del “cane sciolto” barnard, andrebbe rivalutata.

  3. Aramcheck ha detto:

    Update del 7/10/2009:

    “Su base annua, dunque rispetto allo stesso trimestre del 2008, il calo è stato del 4,8% nell’Eurozona, anche questo in ribasso rispetto alla prima stima (-4,9%). Per l’Italia il calo annuo del Pil è pari al 6%, a conferma della prima stima. Per l’Ue-27 la contrazione stimata è del 4,9%.

    Ai problemi comuni agli altri Paesi dell’Unione Europea, sostiene Bruxelles, per l’Italia si aggiunge un problema di “debolezza strutturale”, che renderà difficile la ripresa. Nel documento la Ue rileva, in sintesi, che questa situazione deriva in parte dagli effetti della crisi e in parte da altri fattori strutturali, tra cui una spesa pubblica che resta elevata.
    Fonte UE

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