I dolori del giovane Walter: Il re senza corona.(I)

Mi piace ricordarlo così Walter Veltroni, mentre compie un gesto  ostentato e goffo da quel vero leader che non è mai stato e , in cuor suo, avrebbe tanto voluto essere.  Suo malgrado non è  mai diventato un grande presidente democratico americano come il suo mito  Jonny Kennedy: gli è  mancata l’America, la presidenza e pure la grandezza. Tra le maschere della politica a Veltroni è toccata   quella del re senza corona, il pretendente ad un trono che non poteva che sfuggirgli, l’avversario perfetto che tutti vorremmo trovarci di fronte,  politicamente parlando, il fesso di comodo che tiene unita la baracca mentre le fazioni sconfitte affilano i coltelli.  Ho scritto spesso che Veltroni è un fesso, destinato a perdere, ma la mia non era una posizione preconcetta. All’inizio anzi nutrivo in lui perfino qualche flebile speranza dovuta alla sua esperienza di sindaco che non era stata del tutto disastrosa (o meglio, i maggiori disastri si sarebbero visti verso fine mandato). Sì lo so, il modello Roma  era una mistificazione eppure Veltroni, anche contando la consegna della città nelle mani dei palazzinari, segnava  comunque la linea di un certo lentissimo miglioramento della città. Del resto qui dalle mie parti siamo diventati di bocca buona: quando hai Carraro perfino Rutelli ti sembra un’ancora di salvezza. Dopo otto anni otto di Rutelli, perfino Veltroni ti appare sotto l’improbabile veste di un dono del cielo. Dopo sette anni di Veltroni, mentre chiudono i negozi, il popolo viene cacciato dal centro e nella campagna romana sorgono ovunque mega-centri commerciali come osceni monumenti funebri alla società dei cittadini e fastosi tributi a quella nascente dei consumatori, perfino Rutelli… emh, no. Due volte lo stesso giochino non funziona. Siamo diventati di bocca buona noi romani, ma non siamo ancora del tutto rincoglioniti.

D
a dove veniva ordunque quel mio flebile ottimismo? A pensarci bene da tutte sensazioni non politiche. Veltroni provenendo dal PCI, ma essendo un moderato nei toni piu’ che nelle confuse e modaiole posizioni politiche, sembrava in grado di dialogare sia coi suoi ex colleghi di partito del PRC che con i popolari: sulla gente di sinistra sto’ mito dell’unità esercita sempre un certo fascino, anche quando non ci crediamo piu’ da un pezzo.  Veltroni aveva anche una vèrve dialettica maggiore di Prodi (sì ok, bastava anche un qualunque venditore di auto usate) e un background culturale, piu’ che burocratico, che lasciava sperare in una sensibilità superiore al mero economicismo amministrativo. Quest’altra sciocchezza del re-mecenate o, peggio ancora, del re-filosofo è un’altra cosa che a noi di sinistra ci ha sempre suggestionato, anche se non ci abbiamo mai creduto nemmeno un po’.

In realtà nemmeno questo è sufficiente… il motivo è piu’ banale e riguarda sempre la questione della bocca buona.

A dirla tutta la flebile speranza in Veltroni nasceva dal fatto che dopo aver visto all’opera D’Alema (quello intelligente), dopo aver visto candidare Rutelli (quello laico e ambientalista), erano rimasti soltanto lui e Fassino.  Adesso ricordo come germoglio’ quella fatua speranza: è che davanti a Fassino, perfino Veltroni…

 

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