San Francisco Chronicle(II). Sono uscito a fare shopping e ho incontrato Dio.

San Francisco Downtown, Domenica mattina.
Ci sono molti modi per visitare una citta’, quello che
preferisco io e’ perdersi.  Spesso, anche se non sempre, le cose piu’ interessanti sono fuori dal depliant. San Francisco e’ una di quelle citta’ in cui ci si puo’ perdere seguendo la musica: quella che suonano con qualsiasi attrezzo gli artisti di strada, quella che esce dai locali dove suonano quasi sempre dal vivo, quella che proviene dalle schitarrate degli studenti nei parchi o addirittura dai negozi  e dalle chiese. E’ successo cosi’ che ieri mi sono trovato sotto al palco di un gruppo di nerds cinquant’enni, dal repertorio country-rock un po’ banale ma suonato con una passione tale da far dimenare per ore un esercito di scatenate signorine obese, i cui culi ondeggiavano con elasticita’ sbalorditiva  in evidente contrasto con la legge di gravita’ e il gusto estetico dominante. Ho concluso poi la serata altrove, brillo e stanco dal viaggio, ad osservare un gruppo di musicisti portoricani che conducevano coppie eterogenee nel rapimento dei soliti ritmi caraibici.

E’ successo cosi’ anche stamattina che, sempre seguendo la musica, mi sono ritrovato in una chiesa metodista davanti a un coro Gospel, dove adulti vestiti con tuniche azzurre ed aranconi alzavano inni domenicali a maggior goria di Dio.

In realta’ ero uscito a comprare vestiti commissionati dal Sindacalista Petrolchimico  e altra roba di vario genere per me,  deciso a verificare che  l’euro pesante fosse davvero  tale. Sono pero’ passato davanti ad un ingresso, che tutto sembrava fuorche’ quello di una chiesa, e mentre ero fermo a sentire le note del coro, un tipo  alla porta mi ha tirato dentro con gentilezza. L’America e’ il posto dove puoi uscire a fare shopping e incontrare Dio.

Adesso sono qua seduto in penultima fila e mentre dal palco i coristi cantano con le mani e i volti rivolti al cielo, la gente partecipa coinvolta e una signora passa tra le file offrendo Kleneex ai fedeli. Eh si’, perche’ qui durante la funzione religiosa la gente piange. Piange di brutto, la signora lo sa e distribuisce i Kleenex: ognuno ha un suo ruolo rituale. Sopra il coro, in alto, vengono proiettate delle diapositive: bambini che ridono, gente che soffre, scene di guerra contrapposte ai  simboli della pace e immagini apocalittiche in cui la statua della liberta’ e’ caduta nel fango o sommersa dalle acque. E poi ci sono loro, i fantasmi di San Francisco e la loro miseria indicibile: qui almeno li vedono(*).

Poi il coro si esaurisce e una predicatrice laica sale sul palco e parla a lungo di quanto la loro chiesa sia aperta e di come tutti qui siano bene accetti, la frase che usa piu’ spesso e’ provare “l’esperienza diretta di Dio”. La differenza cruciale tra un rito cattolico e questo tipo di cristianita’ e’ che mentre la caratteristica principale  del primo e’ la solennita’, qui invece tutto e’ incentrato sulla partecipazione e la spettacolarizzazione, cioe’ la festa della comunita’.

La solennita’ richiama direttamente la gerarchia e il rapporto mediato  con l’imperscrutabile, il sacerdote facendo da tramite protegge il fedele dagli errori e ne guida la spiritualita’.

La festa della comunita’ parla di partecipazione, amplificazione emozionale collettiva, esperienza diretta di Dio, cioe’ misticismo, ed e’ il misticismo della trance collettiva, cullato dai canti, che fa piangere la gente.

In una comunita’ di mistici che hanno esperienza diretta del divino, o credono di averla naturalmente, il ruolo del prete e della gerarchia che vi poggia diviene secondario. Per questo la Chiesa Cattolica storicamente diffida dei mistici e di rado da loro rilievo in vita. Da morti poi  li iconizza e se ne appropria, perche’ il salto del tramite non e’ piu’ pericoloso e le icone tornano utili all’immaginario dei fedeli, cosi’ come all’autorita’ che ne certifica la santita’, riappropriandosi del proprio ruolo gerarchico.

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(*) Il fondatore dell’esercito della salvezza era un metodista.

San Francisco Chronicle(I). La città dei fantasmi.


North Beach, San Francisco, sabato pomeriggio.

Quando penso di trasferirmi all’estero, il che capita sempre più spesso, questa città è costantemente in cima alla lista delle possibili destinazioni. A forza di venirci per lavoro e restare nei paragi per  vacanza, è diventata probabilmente la città che conosco meglio al mondo dopo quella in cui sono nato e ho quasi sempre vissuto.  Le ragioni per cui questo sarebbe un posto ideale dove venire a vivere, almeno per un po’, sono innumerevoli. Ci sono motivi importanti come le onde di Pacifica o dell’Half Moon Bay che sono  tra le migliori che io ricordi (soprattutto per chi vive il  surf  come un modo per rilassarsi e  non come l’arena dove sfidare i propri limiti e quelli degli altri), oppure la vita notturna o  perfino la pizza di North Beach, che uscirei di casa per andarla a mangiare anche se si trovasse dalle mie parti. Ci sono invece altri motivi tutto sommato trascurabili, ma di evidente utilità pratica, come le possibilità che la Silicon Valley offre a chi fa il mio mestiere. Insomma, una lunghissima lista  di cose che mi piacciono o che potrebbero  rendermi la vita facile: un posto ideale dove fuggire.

Tra le cose che mi terrebbero lontano invece, c’è prevalentemente il fatto che  per vivere qui bisogna imparare a non vedere i fantasmi.

Ce ne sono ovunque,  vivono nel sottosuolo della realtà, in una specie di quarta dimensione sovrapposta anziché parallela. In nessun’altra città d’America ho visto dolore e miseria incontrarsi con allegria e benessere così diffusamente, in ogni angolo di strada  senza vedersi né senza riconoscersi.  Malati di AIDS, schizzofrenici che si percuotono la testa urlando contro se stessi e contro il mondo, barboni che portano a spasso in bicicletta quintali di cenci, emarginati di ogni sorta, donne distrutte che si propongono ai semafori agitandoti un vibratore davanti alla faccia, alcolisti, eroinomani, reduci mutilati di chissà quale delle tante guerre. Quel tizio, infine, che si getta in mezzo agli incroci col semaforo verde, sfidando con donchisciottesca follia i mostri d’acciaio, come a dire “esisto, guardatemi!”, mentre questi lo schivano irritati. Quando venni qui nel 2002 la prima volta Market Street era un confine arbitrario, ma tutto sommato efficace, tra gli uomini e i fantasmi. Gli uni di qua,  gli altri di là. Adesso i fantasmi sono ovunque,  a migliaia, davanti alle vetrine di Macy’s come sotto alle enormi sopraelevate. Ogni luogo è contemporaneamente ghetto e vetrina del benessere occidentale. Per vivere qui bisogna imparare a non vederli, i fantasmi. Mi piacerebbe dire  che non ci riuscirei mai, ma sarebbe una menzogna. Col tempo ci riuscirei benissimo, esattamente come tutti gli altri.