Da Pasolini a Maria de Filippi. (II Parte)

La trilogia della vita dicevo, che ho trovato interessante per cercare di ricostruire il percorso di Pasolini ma che non potrei dire mi sia piaciuta. Troppo distante dai miei gusti, dal mio immaginario e dal tipo di cinema che ho imparato ad apprezzare e col quale sono cresciuto. Trovo  I racconti di Canterbury addirittura un film privo di qualità, mentre ho almeno apprezzato la fotografia e l’estetica de Il Decameron e del Il Fiore delle mille e una notte. La faccia dura di Franco Citti, ad esempio, riempie lo schermo fino quasi a marchiarlo, a renderlo convesso. A quel punto, ben sapendo a cosa andavo incontro, ho completato il cofanetto  vedendo Salò, quest’ultimo tratto da l’opera di De Sade. Salò è un film terribile e disgustoso, una tortura per il pubblico cui viene mostrato tutto ciò che, pur sapendo possibile, non vorrebbe mai vedere. Salò sembra avere l’unico scopo di rappresentare una frontiera per il cinema, come se Pasolini avesse percorso l’immaginario cinematografico fino a raggiungerne  i confini più sgradevoli e lì avesse piantato un bandierina. Oltre Salò sarà difficile andare, almeno artisticamente senza cioè finire nella pornografia o nel documentario sulla violenza. Dopo La Trilogia ode al sesso, alla sensualità e alla vita, un film di pura morte e dolore senza alcuna ruffianeria e senza che nulla venga risparmiato al pubblico pagante. Tutto qui? Forse no. Forse Salò parla in qualche modo anche della Terza Fase del Fascismo, quella nominata anche nelle Lettere Luterane. Il film è ambientato nel ’45 ed è legato al fascismo storico, ma della sua violenza sono complici tutte le componenti del potere,da quello militare a quello religioso. Componenti che non appartengono ad un epoca, ma attraversano la storia trasformandosi, per l’autore, per degenerazioni successive. Salò proietta e realizza la distruzione di ogni bellezza, la trasformazione dei corpi in oggetti ad uso e consumo del potere, la cessazione di ogni dimensione intima dell’essere umano, persino la comunicazione è soltanto volgarità, violenza e delazione. “Mi interessava vedere come agisce il potere dissociandosi dall’umanità e trasformandola in oggetto”, scrive Pasolini. Salò contiene già l’abiura della Trilogia della vita  in quanto la vitalità da lui esaltata nelle opere precedenti viene distrutta, corrotta e asservita al nuovo potere. Metafora complessa forse di quella trasformazione che egli leggeva nella gioventù italiana del ’75: alla fine del film ormai seviziati in ogni modo i prigionieri di Salò diventano delatori gli uni degli altri, la loro umanità viene piegata e sconfitta, la loro istintiva solidarietà tra vittime spezzata.

Salò parla simbolicamente dei programmi di Maria de Filippi.

Questa non è un’analisi, è soltanto un’intuizione o forse una suggestione, alla quale però non sono riuscito a sottrarmi. Non è neppure originale in quanto già presente in una collezione di quadri di D.B., un amico che perdo puntualmente di vista, intitolata “Salò o le centoventi giornate di Saranno Famosi”. Idea che anni fa mi aveva divertito, ma che non ero riuscito ad afferrare fino in fondo e che affonda le radici nella dimensione pubblica come unica affermazione di esistenza. Una dimensione pubblica sciatta, esibizionista, dove la versione caricaturale della sfera privata viene esposta come carne al sole e vivisezionata. Tutto sotto il rigido controllo  delle telecamere e  degli sponsor, dove ogni bassezza è bene accetta e incoraggiata, e la perdita del pudore non è l’affascinante inclinazione di alcuni ma un obbligo per tutti, pena l’esclusione e l’ostracismo. Una libertà  omologante quanto una rigida dottrina,  cui  si aspira con entusiasmo perchè non si sa più aspirare ad altro.

(continua…)

“Salò e le centoventi giornate di saranno Famosi”, Batocchioni, 2003

 

2 thoughts on “Da Pasolini a Maria de Filippi. (II Parte)

  1. crystalbeach ha detto:

    Gran bel quadro, complimenti. Credo che la terza fase del fascismo possa sicuramente comprendere i programmi della De Filippi ma è molto più ampia e penso comprenda la quasi totalità di ciò che vediamo alla televisione. Compreso il modo di usufruire di film attraverso l’uso spregiudicato della pubblicità o attraverso ulteriori spese familiari per avere digitali terrestri o parabole satellitari che servono anche a controllare tutto quello che facciamo durante la nostra giornata casalinga.

  2. liliangish ha detto:

    il parallelo tra Salò e la televisione odierna è veramente un colpo di genio.
    ho conosciuto in treno una ragazza che andava a fare la “Corteggiatrice” dalla De Filippi. aveva una valigia piena di scarpe e ne parlava come di un lavoro uguale a un altro, con malcelato orgoglio, ma senza alcun entusiasmo.
    farsi spogliare della propria identità più intima per assumerne una esterna, dettata dai media, è una scelta disperata, di chi non sa più cosa fare di se stesso.
    eppure siamo soltanto noi a leggerla così. chi la vive si sente realizzato, catapultato nel mondo “che conta”.
    canalizzando le nostre aspettative e i nostri sogni verso il nulla mediatico ci tengono in pugno.
    e quelli come te sono voci nel deserto.

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