Silenzi e parole.

Il Presidente Napolitano ha avuto in questi giorni un gran numero di occasioni per svolgere il suo ruolo di garante della Costituzione, della memoria e dell’integrità nazionale. Le ha sprecate quasi tutte.

I silenzi.

Davanti alle dichiarazioni di Emanuele Filiberto di Savoia il quale parla dell’opportunità di fondare un nuovo movimento di ispirazione monarchica, che miri piu’ o meno esplicitamente, alla Monarchia Costituzionale ci si aspetterebbe dal Presidente se non proprio l’esilio immediato (di chi ha di recente elemosinato il rientro in patria  giurando fedeltà appunto alla Costituzione), almeno una parola ferma in difesa della Repubblica (l’unica parola l’ho invece sentita da Ascanio Celestini). Si puo’ rispondere che una carica istituzionale come quella del Presidente non puo’ controbattere al primo Savoia che spara stronzate  o, visti i soggetti, non avrebbe tempo per far altro.

Va bene. Questa obiezione non regge invece per la riapertura del parlamento del Nord, che per quanto sia un organismo inutile e pagliaccesco, è patrocinato da una forza politica interna alle istituzioni che ha espresso ministri ed ha partecipato a più di un governo.  Oltre ad attentare simbolicamente alla sovranità del parlamento italiano (quello vero seppure indegno), da Mantova si è alzato di nuovo l’anatema della secessione come extrema ratio al mancato riconoscimento di un federalismo come lo vogliono loro (che rappresentano circa il 3,5% della popolazione) e l’allusione alle orde di padani eventualmente “pronti a tutto”. Ora, anche qui senza neppure sognarmi che si attuino chiusure coatte di quel ridicolo baraccone che è la pseudoassemblea padana o comunque repressioni di nessun genere (piena libertà di stronzata anche ai leghisti per carità), pero’ dal Presidente una parola decisa  in difesa dell’unità nazionale e sull’impossibilità di tradurre in fatti le ciance indipendentiste, a mio avviso era dovuta.

Le mezze parole.

Napolitano ha poi parlato in occasione della giornata in  memoria delle foibe e ha fatto bene. Ha fatto bene perché un eccidio come quello deve essere conservato nella memoria storica del paese e dell’umanità come monito verso l’atrocità della guerra, valore di cui la Costituzione è portatrice in quanto la ripudia esplicitamente.

Pero’ ha parlato a metà.

La storia non è un libro che si possa leggere a capitoletti isolati e decontestualizzati. Le foibe non furono il frutto della pazzia collettiva degli Jugoslavi e sebbene siano ingiustificabili sono anche inscindibili dal contesto nel quale avvennero. Questo ripeto non le giustifica in nessun modo (come mai puo’ essere giustificato una strage che coinvolge civili innocenti), ma puo’ spiegare alcune delle cause storiche che produssero quel frutto marcio (e molti altri). Le responsabilità italiane, fasciste nello specifico, fanno parte dell’orrore di una tragica vicenda storica che vede nelle foibe l’orribile epilogo.

Bene che le foibe siano ricordate, negli ultimi anni sembra quasi siano l’unico fatto avvenuto  nella seconda guerra, ma il Presidente dell’Italia antifascista non puo’ trattarle come lo farebbe l’ultima fiction di RAI UNO.

Non tema Napolitano che fa mea culpa per averle ideologicamente taciute: grazie alla giornata della memoria e allo zelo di AN le ricorderemo a lungo. La speranza pero’ è che questa memoria doverosa non generi a sua volta un oblio sulle responsabilità dell’Italia fascista o quei morti diventeranno piu’ utili al neorevisionismo dilagante che alla memoria storica del paese.

Le parole.

Dopo aver taciuto su questi fatti (evvabè pretendo troppo) il Presidente ha pero’sentito l’obbligo inderogabile di parlare in materia di laicità dello Stato: ha parlato cioè contro di essa. E qui davvero  risulta difficile capire. Napolitano ha invitato il parlamento a tener conto delle ragioni della Chiesa nel dibattito sui PACS (o dei DICO o di quel moncherino che ne uscirà fuori). Secondo i principi affermati nella Costituzione a proposito di libero Stato e libera Chiesa e delle relative sovranità nei rispettivi spazi, Napolitano doveva affermare la sovranità del parlamento nel legiferare in vantaggio esclusivo del cittadino italiano senza tener conto di influenze esterne alle due camere, in primis quella della Chiesa l’indipendenza dalla quale è espressamente citata nel testo costituzionale.

La Costituzione Italiana non è un testo neutro, non è un inerte contenitore di norme asettiche che possono essere interpretate secondo i tempi e le diverse angolazioni politiche. La Costituzione Italiana è un testo politico, i cui pilastri rappresentano delle scelte precise e almeno nei suoi principi ispiratori, questa è immutabile. Tra questi pilastri vi  è quello di essere laica in quanto portatrice del principio di separazione tra Stato e Chiesa, Repubblicana e quindi antitetica agli statuti monarchici che la precedettero, democratica ed esplicitamente antifascista, garante dell’unità nazionale e della sovranità del parlamento in quanto vi si legge che “l’Italia è una e indivisibile”.

La Costituzione italiana non puo’ e non deve far contenti tutti.

Se Napolitano si vergogna di essere stato comunista è un problema suo, non del paese.

Se Napolitano teme di non essere accettato come Presidente di tutti gli Italiani dal mondo  cattolico, o dalle forze  fascistoidi o secessioniste o piu’ in generale anticomuniste a causa del  suo passato, non devono farne le spese i cittadini o i suoi doveri istituzionali.

Se Napolitano da’ per scontato che l’altra parte dell’ Italia quella cioè formata da forze laiche, ex-comuniste e post-socialiste che siano,  ne appoggi qualunque atteggiamento per il solo fatto di essere stato comunista si sbaglia di grosso.

Personalmente  che Napolitano sia stato comunista non frega nulla, quello che interessa è cio’ che fa oggi in relazione alla carica che ricopre. E se non lo fa, mi domando perchè la ricopre.

anche le BR e con loro lo spettro della lotta armata: ne parla la TV, ne parlano i giornali, ne parlano i blogger. Morta l’ideologia, morte le velleità, morta la rivoluzione, morto lo scontro di classe storicamente inteso, morto il comunismo reale, morta ogni possibilità di trovare solidarietà presso la popolazione:  le BR vivono e fanno notizia. Come ogni Zombie che si rispetti fanno paura e la loro comparsa innesca l’allarme mediatico generale.


Risorge il movimento studentesco e mentre il magnifico rettore fa chiudere le porte de La Sapienza per evitare una manifestazione nell’anniversario della cacciata di Lama, gli studenti si domandano su uno striscione <<Chi ha paura del ’77?>>. Chi ne abbia paura non lo so’, ma mi pare chiaro chi ne abbia nostalgia.


Il Ministro dell’Interno Amato veste i panni dello sceriffo e avverte che i poliziotti non andranno in piazza a Vicenza a prendere le botte. Il monito è ambivalente e richiama alla morte di Raciti da un lato e alla morte di Giuliani dall’altra. Amato sembra voler dire,  anche se non lo fa esplicitamente, che piuttosto che rischiare un altro Raciti stavolta è pronto a farci  scappare un nuovo Giuliani. Il giornaletto Leggo, pubblicazione gratutita che appesta le metropolitane e i bar di Roma, parla di cecchini sui tetti per aspettarei NO-Base, non gli do’ chiaramente alcuna attendibilità e almeno su questo spero di non sbagliarmi.


La centrifuga dell’informazione ingoia e fa sparire i PACS, il Global Warming, l’avvicinarsi della guerra con l’Iran, l’impresentabilità di questo ennesimo governo moribondo e la questione sociale-politica legata al Dal Molin,  cioè tutto quello che accade qui e ora. Si parla invece del Duce, delle BR, delle Foibe e del 1977.

La tensione nelle ultime ore sta salendo in maniera preoccupante e per chi domani avesse deciso di recarsi a Vicenza  consiglio di stare in campana e fare attenzione: in questo paese a comandare sono i morti.

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