In fuga dalla verità assoluta, elogio del relativismo.

Gironzolando per il Web in cerca di libri e case editrici  mi sono imbattuto nell’ultimo libro di Giovanni Jervis (Ed.La Terza) dal titolo “Contro il relativismo”. Trovando il tema interessante ho letto un brano pubblicato dall’autore. Il brano dovrebbe dare un assaggio del libro anticipandone le tesi principali attraverso un ritratto caricaturale del mostro da catturare, appunto il relativismo. Il titolo è “Le due posizioni in sintesi”, quella ho letto e quella avrei voglia di commentare, approfittando per ragionare sulla questione che resta interessante.

Con il termine relativismo Jervis sembra accomunare quello scentifico e quello politico-culturale due concetti affini, ma non sovrapponibili.
E’ vero che entrambi nelle relative discipline si pongono il problema dell’esistenza di una verità assoluta cui fare riferimento, tuttavia le prove che potrebbero avvalorare l’uno poco direbbero a proposito dell’altro, in molti casi sarebbero difficili da inserire nello stesso trattato a meno di acrobazie semantiche e soprattutto nella pratica potremmo accettarne uno e confutarne un’altro senza necessariamente cadere in contraddizione. Potremmo credere, ad esempio, che ogni popolo ha diritto di autovalutarsi e di redigere da sè una propria tavola dei valori ammettendo contemporaneamente  una visione deterministica dell’universo,retta in tutte le sue parti da leggi immutabili interamente indagabili dall’osservazione umana e indipendenti da essa. Potremmo perfino ficcarci dietro un “grande architetto” e non cadere in contraddizione, ammettendone piani imperscrutabili.

Per quanto riguarda la critica al relativismo scentifico non posso certo essere io a confutarla, lo hanno già fatto a loro tempo Heisemberg e Godel. Il “principio di indeterminazione” scoperto dal fisico tedesco ci restituisce una realtà fatta di unità minime (quanti, atomi ed elettroni) il cui stato al tempo t poco ci dice del loro stato al tempo t+delta. La previsione del comportamento dei quanti allo stato successivo sarà dettata al piu’da una funzione probabilistica, non deterministica. Einstein che definiva questa scoperta transitoria ne riconosceva comunque il valore, era stato lui poco tempo prima a mettere in discussione ed infine a ridurre a casi particolari, circoscritti a contesti precisi, teorie scientifiche risalenti a Newton e considerate per secoli di valore assoluto. Eppure Jervis cita E=mc2, per sostenere che secondo i relativisti questo genere di formule sono prive di significato e non rappresentano quasi nulla. Argomento incomprensibile nella migliore delle ipotesi, riduttivo e un po’ sciocco nella peggiore. Lo stesso Godel dimostro’ che la matematica è un sistema internamente coerente, ma che non puo’ dimostrare i propri assiomi che sono e restano arbitrari. E’ la nostra, e qui torniamo nel relativo, scelta di buoni assiomi che somiglino alla realtà che la rende utile ai fini della conoscenza del mondo. Possiamo in ultima istanza costruire un buon modello: la matematica e la fisica hanno l’enorme pregio di esserlo.
Domani la scienza potrebbe trovarsi oltre il “principio di indeterminazione” e la meccanica quantistica, di cui esso è la base. Tuttavia oggi siamo qui: ad una visione sostanzialmente relativistica dell’universo.
Con buona pace di Jervis.

Per quanto riguarda il relativismo politico e culturale Jervis argomenta che per esso tutti i sistemi politici e tutte le culture sono uguali ed hanno pari dignità ovvero che le umane vicende sono sostanzialmente ingiudicabili da una prospettiva umana, cioè l’unica a nostra disposizione.
Prendere un’asserzione di chi controbatte le propie opinioni, decontestualizzandola, banalizzandola e portarla alle estreme conseguenze fino a farla apparire grottesca è un espediente dialettico piuttosto comune e noto da tempo, basta consulatre “l’arte di ottener ragione” (einaudi, Shopenauer) ma già i sofisti ne furono maestri. E’ come criticare le radici di un albero a partire da un fogliame farsesco costruito arbitrariamente e non seguendo concatenazioni logiche, ne curandosi minimamente che tale fogliame esista poi nella realtà.
Il relativismo è per sua natura piuttosto refrattario a distorsioni di questo tipo e facilmente difendibile all’accusa. Esso va visto come un metodo per avvicinarsi ai problemi non per fingere che non esistano. Non deve svuotare le dispute ideologiche di significato, piuttosto degli aspetti prevaricatori dell’approccio ideologico.
Il relativismo culturale non esclude che si possa aver ragione, mantiene  vivo pero’ il dubbio e ci spinge al confronto e al dialogo: semmai l’etica che ne deriva restringe molto il campo delle azioni che possiamo arrogarci il diritto di compiere in nome della nostra presunzione di giustizia.
Quello di cui parla Jervis non è relativismo, ma qualunquismo.
E la critica del qualunquismo è scontata quanto anacronistica.
Il relativismo politico e culturale ad esempio non mi impedisce di avere un’alta opinione del mio sistema di governo e pessima del governo altrui  tantomeno di difendere e diffondere questa idea, il relativismo semmai mi impedisce di imporla con le armi.

Il relativismo è in effetti il miglior antidoto che conosciamo contro i dittatori e i colonizzatori, tant’è che non ne ha mai prodotti, al contrario totalitarismo e fondamentalismo sono figli dell’idea manichea della “giustizia che è tutta dalla nostra parte” e del “Dio è con noi”.

Il neopapa ha tuonato di recente contro il relativismo religioso ed etico.
Il neopapa è il monarca assoluto, seppur in una monarchia elettiva, di uno stato-organizzazione manicheo, sessista, fondamentalista in alcune sue componenti e con alle spalle una lunga storia di costrizione e persecuzione delle idee che ad esso nella storia si sono opposte.

L’attuale presidente degli stati uniti, i suoi gerarchi e suoi burattinai con la  loro dottrina della “guerra preventiva” sono acerrimi nemici del relativismo culurale, così come lo sono i loro nemici (o presunti tali) nascosti nelle grotte dell’Afghanistan. Quando un ‘idea ha avversari tanto acerrimi e meschini è il caso di guardare ad essa con simpatia.

Avere un approccio relativistico ai problemi del mondo ci impedisce di giustificare le nostre azioni sulla base di verità rivelate da improbabili numi e lascia su di noi tutta la sartriana responsabilità delle nostre azioni, degli effetti che avranno sui nostri simili e del tipo di umanità che vogliamo contribuire  a creare. E’ per questo che non piace ad un sacco di gente  e non soltanto ai piani alti della piramide del potere. 

Non sconsiglio mai di leggere un libro ma in questo caso me ne è passata la voglia, non si puo’ avere tempo per leggere tutto e bisogna essere selettivi. Evitando il ciarpame.

E’ chiaro che che qui sto’ difendendo il relativismo nella sua veste nobile l’unico con cui sia degno  confrontarsi. Se gli strali di Jervis sono contro un relativismo che protegga e foraggi tutte le piu’ strampalte teorie New Age, arcaismi e tribalismi, sciamani ciarlatani purche’ esotici il suo attacco mi appare ancora piu’ inutile e confuso. Attaccherebbe un nemico già al tappeto.

 

 

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