Il testamento di Moby Dick

Il testamento di Moby Dick. 

Resta il grigio che ci faceva schifo ed oggi è il colore delle nostre facce.
Della mia soprattutto, che sono a bordo di una barca che avevo giurato di affondare.
Una barca che veleggia sempre sottovento e dove i passeggeri non sono mai veramente tristi.
Neppure pero’ possono piu’ scendere spaventati come sono dalle onde troppo grandi,dalle boccate di vita troppo forti, da recinti troppo alti sul boccaporto, da isole troppo lontane, dagli squali intorno alla barca che nessuno ha mai visto perchè in realtà ci divorano l’anima da dentro, dalle stelle che non indicano la strada ma ingannano il timoniere, dalle nuvole che ci si convince portino sempre e soltanto pioggia e mai libere forme mosse dal vento.

Io sto diventando carne per i miei squali, su questa nave grigia che volevo affondare, capitano Akab. Questa nave grigia che mi sarei rotta la testa pur di portare negli abissi, caro capitano.
Questo nome Moby Dick, che voi mi avete assegnato, il ruolo che mi avete dato, mio capitano.
Questa nave grigia di cui ora sono il mozzo in divisa, questa nave per conquistare la quale abbiamo perso entrambi l’oceano.
Questa nave non è mia ne vostra, ma tiene prigionieri entrambi.
Viviamo sottocoperta, al riparo dal fragore delle onde, il silenzio mi assorda capitano.
Continuate pure ad ubriacarvi di noia e di Rhum, pensando all’occhio buono che vi rimane e che non potete permettervi di mettere a rischio. Io questo giro lo passo.
Scendo e stavolta non venite piu’ a cercarmi, anche se sapete che vi amo, anche se doveste scoprirvi ad amarmi.
A meno che stavolta, non veniate a nuoto.


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