Grazie Eric, ultimo rivoluzionario.


Quando ero ragazzino mi piaceva da morire Eric Cantona, il suo modo di giocare, il suo genio atipico, il suo stile. Mi piaceva quel suo colletto alzato della vecchie bellissime maglie della Umbro, cento volte meglio all’epoca di qualunque maglia producessero le ben più pubblicizzate Nike ed Adidas. Giocando (male) a pallone ai giardinetti con gli altri ragazzini tiravo su il colletto anch’io, prendevo la stessa postura impettita di Eric, entravo nel personaggio. Giocava nella squadra giusta Eric un Manchester United già forte con gente al fianco come il gallese Ryan Giggs e il gladiatore nero Paul Ince che una volta dopo uno scontro di gioco venne ripreso dall’arbitro perché era rientrato in campo con la maglia imbrattata di sangue, orgoglioso. Cantona era un personaggio unico, in una fase di passaggio tra il calcio lento e tecnico anni ottanta e il calcio muscolare e tattico degli anni novanta. Uno dei primi giocatori a mettere insieme piedi da fantasista e fisico imponente, prima di Zizou, prima di Ibra, prima di Ronaldo eppure legato al calcio che fu, con tutti i limiti e le intemperanze  nella tradizione dei grandi folli degli anni ’70. Per chi non segue il calcio è difficile spiegare quanto uno come Cantona  possa essere una salvezza per questo sport. Le interviste a giocatori, allenatori e presidenti sono quanto di più banale, scontato e pilotato esista in natura, una vera tortura. Si può prendere un giocatore qualsiasi fargli una domanda, poi togliere l’audio e ridoppiarlo azzeccando esattamente le parole che ha detto.Sempre uguali in un rito inceppato che assorbe gran parte della vita degli appassionati e del palinsesto televisivo. La noia ti stritola a tal punto che capisci subito che devi liberarti del calcio se non vuoi diventare come loro o, per lo meno, ignorare le chiacchiere e limitarti a gustare il momento della partita escudendo il resto. Eric invece diceva cose del genere:
“Io non sono un uomo,io sono Cantona”

“Credo che Raymond Domenech sia il peggior allenatore del calcio francese da Luigi XVI”

“Ho un modo infallibile per calciare i rigori: li metto dentro.”

“Mi ha sconvolto vedere Henry confortare un avversario a fine gara, quando lo aveva appena fregato! Fossi stato un giocatore irlandese, non sarei rimasto lì nemmeno tre secondi: lo avrei menato.”

La parte del pazzo e del duro lo portò ad essere, lui francese, osannato dai tifosi inglesi, cosa all’epoca niente affatto scontata nemmeno per un campione, mentre veniva ignorato dalla nazionale e dal pubblico di Francia. Al punto che i tifosi dei Red Devils lo elessero giocatore del secolo dello United.  No, non era stato assolutamente il più forte, né il migliore, né quello che aveva vinto più trofei  o segnato più gol:  era stato il più grande in una dimesione che va oltre il talento, del quale era comunque grandemente dotato. Quel ruolo da cattivo di cui s’innamorò e seppe interpretare così bene gli costò anche caro come quando indossando l’originale seconda maglia numero 7, nera e bellissima, diede un calcio volante ad un tifoso degno di Chuck Norris (anzi, detto per inciso, Eric gli fa il culo a quel fesso di Chuck).

Cantona rappresentava la liberazione dalla schiavitù del politicamente corretto pallonaro: potevi amarlo senza necessariamente condividerlo e senza necessariamente domandarti se fosse un esempio per i giovani calciatori. Eric in ogni gesto sembrava affermare di voler far parte di un mondo più grande dell’acquario calcistico per pesci da doppiaggio. Come Best, come Maradona, quasi come Vendrame (che nessuno conosce ma li batte tutti) e dopo di loro poco altro,  i giocatori ribelli di oggi sembrano ragazzini viziati apparentemente vittima di se stessi e di una fama prematura.

Oggi Eric Cantona fa l’attore e questo è il giorno in cui mette la sua faccia per la rivolta contro le banche.Una petizione per convincere la gente a togliere i propri risparmi dagli istituti di credito francesi facendo crollare il sistema.

Raccoglie migliaia di adesioni il vecchio Eric, che non basteranno.

Una rivoluzione rischiosissima e destinata a fallire, persino controproducente per i rivoluzionari visto che paradossalmente a causa della riserva frazionaria le banche i nostri soldi NON CE LI HANNO, quindi se tutti andassimo a ritirare i primi prenderebbero il dovuto, poi la banca fallirebbe e gli altri resterebbero a bocca asciutta: perché quei soldi non esistono più dal momento in cui li avete depositati.

Eppure vivaddio questa sarebbe l’unica vera Rivoluzione, forse non desiderabile, ma di certo un colpo mortale al cuore del sistema. Pensateci, ritirare i propri soldi da una banca non è illegale, non è immorale, non è violento ed è perfino un vostro diritto.
Forse è da irresponsabili, ma a noi Cantona piaceva così.

Grazie Eric, talento anarchico, per questa ennesima suggestione.     

La protesta.


Questa mattina facendo colazione ho sentito un gran baccano sotto casa, mi sono affacciato in balcone e ho visto uno dei tanti cortei di studenti che stanno bloccando Roma passare sotto le mie finestre.In molti stanno scrivendo che le proteste studentesche sono inutili, non otterranno niente e avvengono uguali a se stesse da vent’anni, velleitarie, minoritarie, politiche, addirittura eterodirette.

Il fatto è che è vero, ogni generazione di studenti protesta finendo ogni volta per somigliare per qualche settimana alla precedente, negli slogan, nelle facce, perfino nei percorsi cittadini. Chi fa notare questa verità in genere lo fa per screditare la protesta, e difendere una riforma a sua volta velleitaria, inutile, politica ed eterodiretta.

I peggiori sono quelli che criticano per il miserando revanschismo di quelli che “io quando studiavo, non avevo tempo per protestare”. Che strano, penso tutte le volte, tutti studenti modello questi che non protestavano, che erano maggioranza naturalemnte contro la solita minoranza rumorosa dei protestatari.
Che strano, mi dico, dove stanno adesso tutti questi zelanti, produttivi e lodevoli studenti, se tanto mi da tanto saranno l’attuale classe dirigente, mica cazzi. Ah no, perché loro sono i migliori ma non c’è meritocrazia e questa riforma, come le precedenti, porterà finalmente il merito nella scuola e nell’università. Come sempre, come le altre riforme uguali a se stesse contro le quali non bisognava protestare.

Che strano in fine penso tutte le volte, se questi non avevano tempo per passare due ore ad un corteo non avevavno tempo proprio per nulla allora. Incatenati alla sedia della biblioteca in uno studio matto e disperatissimo, senza uscire la sera, andare al cinema, senza giocare a pallone, senza fare l’amore e senza andare mai al mare. Però questo non lo raccontano mai, anzi la loro gioventù la ricordano sì diligente, ma vitale, briosa e spensierata.  “Noi sì che ci sapevamo divertire” ripetono ogni volta come tanti dischi rotti. Strano no?

Hanno ragione, le proteste sono uguali a se stesse e si somigliano anche i protestatari, è vero.

Io penso che la protesta scolastica e universitaria a livello umano, non politico, sia una forma rituale in particolare un rito di iniziazione. Gli studenti, come dicono i loro detrattori, “sprecano tempo” perché “hanno tempo” impiegandolo a farsi le unghie come cittadini che lottano per un’esigenza collettiva. Alcuni di loro prenderanno il vizio della protesta o, peggio, della politica. La maggior parte non protesterà mai più e scenderà in strada soltanto a orari fissi, per andare a lavorare.

Passando sotto casa cantavano “noi la crisi non la paghiamo” e, velleitario o no, è difficle non essere d’accordo. Non è un ragazzo di vent’anni, non sono i giovani che devono pagare una crisi che non hanno provocato, ma le generazioni precedenti che gli hanno lasciato un paese  indebitato e coi servizi ridotti all’osso. Torto per torto, velleitarismo per velleitarismo, meglio stare con chi, destinato a perdere quanto volete, è troppo giovane per avere responsabilità e così m’è venuto naturale applaudire. Se ne sono accorti, si sono girati verso il mio balcone e mi hanno rivolto un boato di approvazione, parevo Mussolini. Mi sono rintanato in casa,  per l’osceno paragone e soprattutto per pudore. Dall’interno delle comode mura domestiche ho sentiro lo slogan cantato verso di me e verso tutti quelli che magari simpatizzano ma restano in casa: “vieni giù, vieni giù, manifesta pure tu!”.

No grazie, ho detto tra me, devo andare a lavorare.
Ho orari fissi, ormai.

Berlusconismo parassitario e leghismo necrofago (II).

[...segue] Né l’uno né l’altro, dicevamo capaci di predare la democrazia quanto una dittatura di vostra scelta, il primo in grado di fiaccare l’apparato democratico il secondo pronto a cibarsi, di una repubblica fiacca e marcescente. Il leghismo ha soltanto due vie per proporsi come la democrazia verdastra di uno statarello iperproduttivo futuribile: martirizzarsi o stimolare, in un modo o nell’altro, altre forze centrifughe di segno opposto.

La martirizzazione è l’ultima strada percorribile da tenersi in caldo per tempi che non sono maturi, strada insidiosa ,e pericolosa che richiede coraggio e incoscenza estranei all’elettorato bauscia, tuttavia nel frattempo si alza l’asticella dellla provocazione (Adro docet) e dell’insulto (SPQR per un porco come me si declina ancora in latino) in attesa di un gesto inconsulto di qualche testa calda di segno opposto o di un sussulto d’orgoglio dello Stato il quale, mostrando per una volta scarso senso dell’umorismo alle boutade di casa Bossi, potrebbe minacciare carri armati veri  allo sventolar di baionette invesistenti. Tutta roba su cui punteranno con sempre maggior spregiudicatezza quando saranno all’opposizione o qualora si trovassero a incassare l’ennesimo insuccesso in materia federalista.

Più interessante e attuale la questione delle forze centrifughe uguali e contrarie. Fino a qualche tempo fa ad esempio non s’era mai sentito parlare seriamente di movimenti neoborbonici di alcun tipo mentre ora, certo minoritari, li si sente sbucare sui media un po’ dovunque a cominciare dal blog di Grillo che in chiave antirisorgimentale li ha largamente ospitati nei mesi scorsi. Del resto il primo neoborbinico della mia vita ebbi modo di vederlo, con divertito stupore, proprio al V-Day 2.

Nella foto proprio quell’esponente del Regno delle Due Sicilie, la cui nazionale perdeva due mesi fa contro la Padania nella finale del Mondiale per popoli senza nazione(la nazione in realtà le finaliste ce l’avevano ed è paradossalmente la stessa), sotto lo sguardo soddisfatto del principino Renzo Bossi. A proposito di Bossi jr, pare che in Italia tutti i più prestigiosi rampolli (da Renzo, a Emanuele Filiberto, all’impareggiabile Lapo) tendano a dare dimostrazione pratica dei danni che è in grado di scagliare sulle future generazioni la trasmissione  del potere per via ereditaria. Non vanno dimenticati gli partitini regionali e regionalisti che governano, per dire, la Sicilia. 

In tale scenario ho dovuto rispolverare una cartina dell’Italia Risorgimentale per scoprirmi destinato, io romano di Roma, ad un futuro pretesco assoggettato a quella monarchia assoluta elettiva che era ed è lo Stato Vaticano. Piuttosto la Repubblica Romana del 1949! La cui Costituzione per prima abolì la pena di morte in Europa e istituì il suffragio universale maschile, che non erano cose da poco per l’epoca. L’idea nel mio caso è tutto fuorché seria ma, scopro quasi subito, non è originale.  Se l’è già accaparrata (almeno come slogan) Michele Baldi, ex AN, in  profonda polemica antileghista con la fazione politica di cui ha fatto a lungo parte. Baldi ha fondato sul suolo capitolino il Movimento per Roma, piuttosto attivo ultimamente e con l’adesione che da queste parti ha un certo peso di Marione Corsi, il seguitissimo speaker radiofonico ultra(non più ultà)romanista,  ex estremista di destra ma attualmente, va detto, su posizioni tutt’altro che fascistoidi. Similmente riempiono le strade i manifesti de Il Popolo Romano altro movimento, stavolta vicino al PdL, con evidenti richiami alla terra dei padri, le radici romane e l’immancabile iconografia dell’impero e de Roma Capitale. Questi poi con la solita paraculaggine leghista-PDLellina si richiamano alla rivoluzione, concetto quanto mai inflazionato deduco, fatta dall’interno con dichiarato sostegno al Governo. Non ci sono più nemmeno le rivoluzioni di una volta ma piccoli campanilismi crescono, per opporsi al dilagare leghista o ispirandosi ad esso: in definitiva, facendo il gioco di Bossi, il quale sghignazza mentre un rigatone al sugo di pajata  gli sbrodola giù dalla bocca e la Polverini, che al solito ride sguaiata, lo pulisce amorevolmente col bavaglino. Il corpo della preda, insegnano le iene ridens appunto, si smembra più in fretta strappandone i pezzi da più parti. Il corpo  nazionale italico, al perdurare della crisi e del malcontento, non sembra destinato a miglior sorte.

E’ un gioco al massacro e se , viste le mie conclamate tendenze anarchiche, per decenza non oso richiamarmi alla Patria, mi vien voglia di scovare in giro un italiano orgoglioso se non altro della comune cultura per poter, di nascosto come due carbonari, sussurrare insieme… UNITA’!

PS: E destino volle che questa seconda metà di post l’avessi redatta, con tutti i crismi per altro, due mesi orsono ma la mia pessima abitudine di scrivere direttamente sull’editor di splinder, mi ha fatto perdere tutto per colpa di un tasto sbagliato… come un utonto qualsiasi. Due mesi dopo, dicevo, mi trovo già ampiamente superato se non dagli eventi, per lo meno dal servizio di Sortino a Presa Diretta, la cui visione meglio di qualunque altra parola io possa aggiungere, aiuta a visualizzare quanto cercavo di dire.

Berlusconismo parassitario e Leghismo necrofago (I).

Iniziò la Lario sostenendo che al tramonto politico di Napoleone, also known as il Playold giusto per usare una sua autodefinizione e tralasciando centinaia di epiteti e soprannomi accumulati in vent’anni di scena politica, sarebbe iniziato il vero pericolo di definitivo accantonamento per le macerie di una democrazia desertificata. Continuano altri ad alimentare questa stessa lettura dell’Italia  tardo-berlusconiana, non ultimo Oliviero Beha col suo nuovo libro “Dopo di lui il Diluvio”, che stando alle recensioni (non ho ancora avuto modo di leggerlo) sembra presagire aria di Weimar per questo stanco paese. Ho dedicato all’argomento un paio di post anch’io, preoccupato come sono dell’ascesa inarrestabile della Lega unica forza di estrema destra xenofoba le cui dichiarazioni (e azioni talvolta) eversive godono di un inspiegabile sdoganamento d’ufficio preventivo: una sorta di minimizzazione congenita che l’ambiente istituzionale e giornalistico applica ad ogni bestialità paranazista ridimensionata perentoriamente al rango di boutade, un gioco linguistico usato da quel buontempone di Bossi o da uno a turno dei suoi sodali per lanciare argute provocazioni. Così gli ermeneuti del pensiero (lo so è una parola forte) leghista, hanno buon gioco nel trasformare la “provocazione” in un elemento di stimolo del dibattito politico, che ha presa sull’opinione pubblica perché nasconderebbe dietro la ruvidità di certe espressioni un incancellabile fondo di verità. Quando una classe dirigente prende  l’inferiorità dei negri, la criminalità congenita dei romeni o la presenza di otto milioni di fucili padani pronti alla guerra civile come interessanti spunti di discussione a mio avviso è già razzista, già xenofoba, già fottuta.

Mentre appare ormai chiaro che le segreterie di certi partiti,
le aule parlamentari e il gabinetto di Governo siano in Italia ambienti statisticamente più criminogeni delle più malfamate bische della periferia metropolitana, l’arrivo evidente di una nuova tangentopoli che travolga i Berluscones e l’eventualità, sempre meno remota, che il Playold si faccia in qualche modo da parte, portano inevitabilmente a ragionare sul futuro, indulgendo dunque nell’ozioso giuoco della fantapolitica.In questa ipotesi (Lario, Beha, etc…) il berlusconismo è dunque un elemento parassitario della democrazia e non predatorio. Un predatore uccide la preda per distruggerla e cibarsene, conquistandone de facto lo spazio vitale. Un parassita necessita che la preda, l’ospite in realtà, sopravviva, seppur fiaccato e reso malato e morente dalla presenza del parassita stesso. Anche il parassita si ciba della preda democratica, ma dall’interno e molto lentamente, poiché spazzandola via decreterebbe anche la propria morte, prova ne è che nei meccanismi politico-mediatici del corpo democratico ospitante, il berlusconismo prospera muovendosi con agio e padronanza superiore a quella dei sedicenti Democratici. Sedicenti in quanto se non lo fossero riconoscerebbero il parassita come tale, mentre si ostinano a scambiarlo col piglio ottuso di tanti anticorpi fessi, per un elemento in fondo utile al metabolismo repubblicano. Definiremo il berlusconismo dunque come il male che fiacca la preda,

ne blocca i gangli vitali , la porta all’impotenza e presumibilmente ad una lenta morte, spianando il campo agli uccelli necrofagi del secessionismo leghista. Se razionalmente non nossiamo nutrire nostalgia per i malanni della democrazia d’un tempo, da un punto di vista squisitamente estetico è difficile non rimpiangere i tempi in cui il nemico si voleva predatore, la sua pericolosità dittatoriale era annunciata dal clangore dei cingoli e la belva non esitava a definirsi sfacciatamente contraria alla democrazia, di modo che il campo di battaglia fosse tanto più cruento quanto, detto francamente, meno infido e gattopardesco.Lega dominante dunque, Nord in fuga, forze centripede e crepe nella Repubblica.
L’attrazione gravitazionale dello Stato centralista resta tuttavia forte, persino in caso di federalismo pecioso in cui le regioni dipendono dalle prebende statali e lo Stato centrale usa il potere col nodo, scorsoio, dell’elargizione pecuniaria in tempi di magra. Un solo corpo, padano in questo caso, difficilmente troverà l’accelerazione necessaria per sganciarsi dall’orbita Repubblicana, pur contando sulla forza politica di un leghismo prossimo venturo, politicamente rafforzato  dalla cannibalizzazione di un PdL politicamente decapitato e privo del fascino magnetico del Playold (

inutile ribadire quanto l’effetto dirompente di tale fascino sui miei conterranei rappresenti per il sottoscritto un deprimente e frustrante rompicapo).
Dunque per portare a termine il progetto di smembramento, nella nostra ipotesi fantapolitica, il leghismo e la Padania non bastano: si rende necessaria una diffusa balcanizzazione in grado di attraversare longitudinalmente l’intera penisola. La mia tesi parzialmente seria è che, guardando con attenzione, certi segni della balcanizzazione prossima ventura abbiano già cominciato a palesarsi. [...segue]         

Giù le mani dalla costituzione.

Credevo, ingenuamente, che le beneamate riforme costituzionali fossero uscite dall’agenda politica da quando la realtà della situazione economica e di una ventina di scandaletti, in grado di restituire la cifra della condizione del paese, hanno fatto prepotentemente la loro entrata. E invece no… tornano a parlare di riforme costituzionali. Innanzitutto trovo aberrante che una classe politica, questa classe politica di furbarstri e incapaci più che mai, guardi alla Costituzione come ad un impedimento all’azione del Governo. La Costituzione, tutte le costituzioni, non sono prerogativa dell’esecutivo né si relazionano unicamente con esso né, nel caso specifico di quella italiana, gli conferisce nessun primato. Le costituzioni storicamente nascono a garanzia di tutti i cittadini, garantendo diritti inviolabili, equilibrando i poteri e organizzando lo Stato, in genere, proprio in difesa dagli eccessi del Governo. Quello di limitare il potere dell’esecutivo è perfino una prerogativa dei sempoici Statuti regi: a maggior ragione questo vale per una Costituzione nata sulle macerie di una dittatura fascista, parlamentare e di stampo programmatico come quella italiana.

Nelle democrazie occidentali esistono due tipi di Costituzioni: le costituzioni garanzia e le costituzioni programma. Una tipica costituzione garanzia è quella americana, dove gli emendamenti servono proprio ad enunciare cosa l’esecutivo non può fare. Una Costituzione  di garanzia, per sua natura, lascia il Governo piuttosto libero limitandosi ad enunciare una quantità enumerabile di diritti su cui i cittadini possono farsi valere perfino di fronte al Presidente, un Presidente tra l’altro con notevoli poteri.

La nostra Costituzione non è di questo genere, al contrario, essa è un testo fortemente politico, in particolare di stampo socialdemocratico, che arriva a descrivere quali obiettivi la Repubblica deve perseguire. la nostra costituzione non va soltanto rispettata, va attuata. Essa menziona esplicitamente, ad esempio,  la riduzione delle diseguaglianze sociali come obiettivo politico della Repubblica. Leggetela, riferite alla Repubblica e alle istituzioni troverete parole come incoraggia, favorisce, rifiuta, promuove, garantisce, tutela, regolamenta,, indica cioè esplicitamente cosa deve essere fatto. Chiaramente, deve limitarsi a fornire un quadro generale e non entra nel merito dei mezzi e dei tempi di attuazione, questi sì prerogativa del Governo e del Parlamento. Il primo assoggettato al secondo  tanto che lo elegge, può revocargli la fiducia, può promuovere delle leggi senza interpellarlo può, infine, dopo averlo fato cadere, proporne un altro completamente diverso al Presidente della Repubblica.

Vi invito sinceramente a (ri)leggerla e vedrete quanto sarebbe facile, semplicemnte seguendone il tracciato, tirare fuori un programma politico tutt’ora straordinario per qualunque governo. Altro che le dieci parole del PD, i compromessi pletorici del governo  Prodi o quelle brochure per casalighe che sono i programmi del PdL.

Il livello politico, culturale,  storico e spesso perfino umano di coloro che l’hanno scritta era talmente superiore a quello di questa classe politica che il solo paragone fa tremare i polsi. Volete davvero che Calderoli, Gasparri e magari Dell’Utri mettano le mani su qualcosa che Calamandrei, Foa, Pertini, De Gasperi, Einaudi, Nenni, Moro, Togliatti e Nilde Iotti hanno contribuito a scrivere? Sentite anche voi che, a dispetto delle idee politiche, c’è qualcosa che non va?

Visto che nei primi sessant’anni e soprattutto nei secondi quaranta, la Costituzione è rimasta largamente inattuata, non vi è nemmeno la possibilità di criticarne gli effetti non avendola mai messa veramente all’opera.

(Ri)leggetela e credo converrete con me che sia uno dei testi politici più belli e condivisibili mai scritti. Tuttavia, la mia è una considerazione politica e come tale, potreste dissentire. Bene leggetela e, seppure la chiave socialdemocratica (con importanti elementi liberali) con la quale è scritta non vi aggrada, non potrete negare che lo spessore e l’idea di politica che essa incarna è più alta di qualunque leggina o pseudo-riforma abbiate visto uscire dal parlamneto italiano almeno negli ultimi trent’anni, sotto ogni governo.

La costituzione non si tocca e, soprattutto, questi qua (inclusa l’opposizione dentro e fuori dal Parlamento) non la devono toccare.

In particolare, per tornare all’attualità, il Premier (titolo che non esiste nel nostro ordinamento ma fa tanto fico) dopo aver sparato sciocchezze di ogni sorta sul Presidenzialismo (forma di Governo degnissima che non significa affatto, come crede lui, conferimento di tutti i poteri al Presidente) che qualunque studente di Scienze Politiche avrebbe potuto confutare, decide di attaccare l’art.41. Non è la prima volta, già in passato lo aveva definito un articolo di stampo Stalinista.

Giudicate voi:

“L’iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”

Largamente inattuato, l’articolo 41 richiama direttamente alla responsabilità sociale delle imprese e indirettamente all’articolo 1. Mirano al terzo comma e io negherò a vita il mio voto a qualunque forza politica (di maggioranza o di opposizione) decida di votarne la modifica. Spero che voi facciate altrettanto, senza per questo sentirvi degli stalinisti.

Quando e sé, ci sarà da difendere la Costituzione dall’attacco di questi barbari della democrazia, qualcuno verrà a dirvi  che bisogna lasciarlo lavorare perché gli italiani lo hanno votato: ribellatevi, dategli dell’ignorante, mandatelo a quel paese. Ricordategli che la Costituzione non garantisce il Governo, garantisce i cittadini, anche quelli che non lo hanno votato, anche quelli che non votano affatto, anche quelli appartenenti a minoranze politiche e di ogni altro tipo. Anzi, garantisce soprattutto costoro e proprio dalle derive plebiscitarie del Governo eletto e dalle eventuali cooptazioni del Parlamento.

I padri costituenti lo sapevano, perché era già successo.

NB: Ovviamente il problema non è lo snellikmento delle procedure burocratiche per aprire un’impresa, obbiettibo legittimo per raggiungere il quale non serve affatto modificare la costituzione.

 

Il castello di carte, il mezzo e il messaggio.

Il titolo del post è ingannevole e non parla affatto di McLuhan, di comunicazione o di società mediatica. Parla, o meglio “avrebbe dovuto parlare” visto che intendevo scriverlo la settimana scorsa, di eurozona. Il piano di salvataggio della UE ha avuto, a mio avviso, una doppia valenza, quella di un  mezzo discutibile per veicolare un buon messaggio. Il piano prevede un fondo garantito dalle banche centrali e dai governi, di circa 750 miliardi di Euro: 200-250 dall’FMI, 440 dagli stati membri e 60 “liquidi” dalla commissione UE. Il messaggio è forte: i ministri europei possono riunirsi in un week-end e prendere decisioni che implicano stanziamenti astronomici per il bene degli stati membri durante una situazione di emergenza. Capacità decisionale e unità, esattamente cio’ che l’Eurozona aveva dimostrato finora di non avere: un buon avvertimento per gli speculatori. Gli inglesi non hanno aderito, dato politico fondamentale, che li taglia fuori di fatto dal fornire assistenza alla UE ma anche, in futuro, dal riceverne. Siamo in guerra si è detto e le forze di Sua Maestà non si sono presentate al fronte: buono a sapersi…

“C’è nebbia sulla manica, il Continente è isolato”, recita un vecchio adagio inglese, vedremo se i fatti gli daranno ragione. Intanto, il Leap2020 (il think thank di cui vi parlavo nei post precedenti) fedele alle proprie previsioni è ottimista sull’Europa e dichiara imminente (estate 2010) il gran ballo britannico, in cui i nodi verranno al pettine e la Gran Bretagna si dovrebbe trovare nella stessa situazione ellenica, se non peggio, affrontando una delle peggiori crisi della propria storia.

Il messaggio, dicevamo, sembra positivo eppure di corto respiro, visto che pochi giorni dopo la Merkel varava le misure contro le vendite allo scoperto (semplificando, scommesse al ribasso) sul mercato tedesco, seguita dall’Austria (ah! il Reich!) senza che la decisione apparisse minimamente concertata con gli altri paesi coi quali si era improvvisamente materializzata tanta unità di intenti appena qualche giorno prima.

Il mezzo , se possibile, lascia molto più perplessi. Si sta dicendo in sostanza che se paesi dell’Euro dovessero trovarsi in condizioni fallimentari gli altri paesi dell’Euro creerebbero altro debito per per evitarne il default. Se si mantiene la proporzionalità col caso salva Grecia, un paese come l’Italia dovrebbe trovarsi a stanziare qualcosa come 60 miliardi e  nel contempo stabilizzare il proprio debito, rilanciare l’occupazione e continuare a pagare spese sociali enormi come la CIG (che meriterebbe un post a parte). 

Dove credete che prenderanno i soldi? Ecco… se vi siete messi una mano sul portafoglio significa che il messaggio è chiaro. Del resto, appena sentito che i parlamentari volevano spontaneamente ridursi lo stipendio del 5%, ho sentito anch’io un certo, ben piu’ inquietante, allarme alle terga.

La misura di emergenza varata dagli stati dell’eurozona sarà inutile, se non controproducente, se non si riformerà radicalmente l’Europa e soprattutto il sistema finanziario, che deve essere ricondotto (se necessario con provvedimenti brutali) allo scopo di finanziare l’economia reale e non di sottrarre reddito al lavoro spostandolo sulla rendita globalizzata, continuando a creare un castello di cristallo di debiti.

Per darvi un dato, l’ammontare dei soli CDS circolanti (le assicurazioni sul fallimento degli stati che hanno un loro mercato e vengono usati di fatto come sistema di speculativo piu’ che di tutela verso gli investitori) ammontano ad una volta e mezzo il PIL mondiale. Per darvene un altro, i bond Greci sono nelle casse di altre entità a rischio fallimento, come la Regione Sicilia o il Portogallo.

E’ un castello di carte, non c’è nulla da tamponare: o si ricostruisce in pietra o se ne può soltanto ritardare il crollo.

EURO: Le grandi manovre e la congiura. Sveglia!


Quello che è successo in questi giorni è di eccezionale rilevanza storica, la portata dei cambiamenti che ne potrebbero scaturire non conoscono  precedenti recenti sotto l’aspetto economico, geopolitico e sociale. Il disastro greco si è compiuto con l’approvazione del vessatorio pacchetto di austerity e con il consequenziale via libera al prestito a fondo perduto (perché come abbiamo visto la Grecia, non può pagare) da parte della UE. Subito dopo l’approvazione del piano le borse sono crollate collezionando una serie di eventi assolutamente anomali. L’altro ieri, la borsa di Milano ha subito un attacco durato poco più di mezz’ora contro i titoli bancari italiani,  che l’ha fatta rapidamente crollare dal -2,5% ,in linea con le altre borse europee, ad un isolato e solitario -6% (poi recupererà altrettanto velocemente fino a chiudere a -4,3%).  Uno scarto enorme in pochissimo tempo: poche persone che di concerto spostano enormi quantità di denaro. Il motivo presunto? Moodys che, molte ore prima, aveva detto banalità risapute sul rischio contagio per l’Italia e altri cinque paesi (che non hanno subito nessun crollo).La notte stessa la borsa di New York perdeva il 9% in dieci minuti, roba che nemmeno durante il crollo delle torri gemelle, motivo? Errore tecnico dei computer poi smentito, anzi no, forse un trader che scrive Billion (miliardi) per Million (milioni), anzi c’è un’indagine, anzi non s’è capito bene…

Il giorno dopo l’errore tecnico colpisce Milano che che si blocca per mezz’ora e dopo una giornata altalenante, Piazza Affari precipita giù in rosso per l’ennesima volta, come all’inizio della crisi finanziaria che poi sarà economica, che poi sarà sui debiti sovrani.

Errori tecnici veri o presunti a parte, l’altro ieri la borsa italiana sull’onda della crisi greca è stata attaccata dalla speculazione, di concerto ed in modo premeditato.

E’ in corso un attacco all’Euro che si concentra sugli stati più deboli sfruttando bond (titoli statali) e CDS (assicurazioni sul default che si trasformano in scommesse a perdere). Il rischio è una deriva greca, i vostri diritti, il vostro salario, il vostro posto di lavoro e la vostra pensione.

Lo scopo? Gli stati occidentali sono tutti in una palude di debito e deficit e gli investimenti vanno nei porti più sicuri. Gli USA sono al tracollo per finanziarsi hanno bisogno che i loro debito venga acquistato e il principale acquirente, la Cina, si è fatto da parte da alcuni mesi. Se il denaro fugge dall’Europa e dall’Euro, unica alternativa ai buoni del tesoro americano e al dollaro, tornerà oltreoceano esattamente da dove arriva il nomignolo PIIGS, la campagna di stampa contro l’area mediterranea e probabilmente gli attacchi speculativi.

Dato che il complotto dei potenti è una categoria della realtà storica (ha ragione Voccia), si tratterebbe soltanto di capire quando questo è in essere e quando invece c’è qualche mitomane in cerca di rettiliani. In questo caso ci sono alcune evidenze che pesano sulla vita di milioni di persone e, forse, c’è persino un quando e un dove. Il quando potrebbe essere la cena dell’8 febbraio in cui 18 Hedge Funds si sono incontrati per discutere, da un punto di vista puramente concettuale, la possibilità di affossare l’Europa e l’Euro per riportare, patriotticamente, il denaro negli USA. Il dove è il  Park Avenue Townhouse restaurant on Manhattan’s Upper East Side, of course…

Questo lo scenario, questi i rischi.

Cosa fa la nostra classe dirigente?

Berlusconi ha annunciato la fine della crisi nella primavera del 2009. Ha parlato di crisi psicologica, dei giornali menagrami e della necessità di tornare a spendere e coltivare un ottuso ottimismo. Ci credeva? Era soltanto propaganda? Beh,io non sono un economista e sapevo perfettamente che erano cazzate quindi, siccome da cittadino non sono tenuto  a fare il processo alle intenzioni di chi mi governa (e con la scrittura reticente di Leo Strauss mi ci pulisco il culo), a quanto ne so il nostri presidente del consiglio non capisce un cazzo di economia. E se pensate che avere senso degli affari ed essere stato un imprenditore di successo voglia dire capire di economia, allora non capite un cazzo nemmeno voi.

Tremonti, che rispetto a Berlusconi è il più grande economista di tutti i tempi, ha stretto la cinghia (anche contro gli altri esponenti del governo) e preso più o meno coscienza della gravità della crisi: bene, benino o comunque poteva andar peggio. L’altro ieri il Ministro del Tesoro è andato a riferire in parlamento a proposito della crisi greca e dei suoi pericoli per l’Euro e per l’Italia. Io mi sarei aspettato un parlamento stracolmo, agguerrito, pieno di capigruppo ansiosi di prendere la parola, pronti a dichiarar battaglia o a fare quadrato  intorno al paese, ai lavoratori, persino pronti ad una delle becere risse cui ci hanno a lungo abituato. Erano in 58: il Parlamento era vuoto perché sostanzialmente non gliene fregava un cazzo. Non avevano capito o non la ritenevano una questione abbastanza rilevante. Non era il lodo Alfano, non erano i problemi del Premier, non era la bozza Violante e il Circo Barnum delle riforme,  non erano le case di Scajola: era soltanto il più grosso pericolo per l’Italia e l’Europa dal dopoguerra ad oggi.

Sempre la scorsa settimana mezzo Parlamento si scannava su Lazio-Inter e sull’arrendevolezza dei biancocelesti, con La Russa che è interista, Gasparri che è della Roma ed altri sconosciuti impegnati in una polemica trasversale agli schieramenti, sui mali del calcio!(*)

Il presidente Giorgio Napolitano (gli ex-comunisti andrebbero esiliati: comunista va bene, anticomunista pure, ma gli ex no vi prego, non se ne può più), dal canto suo, era impegnato a far la ramanzina a  Totti per il calcione rifilato a Balotelli (sic!). Ah no… scusate, lasciava anche una mezza dichiarazione sul colpo di coda della crisi! Colpo di coda? Tranquilli ragazzi, prima di estinguersi la crisi ci sta tirando un brutto scherzetto, tra due settimane è tutto passato. Voi all’Asinara, voi all’Italtel, voi precari di tutta Italia, la bestia scalcia ma è in fin di vita…

Questa gente ha i mezzi per capire ma non ne ha la volontà , ed è quindi interamente responsabile della propria inazione politica, è tempo che gliene venga chiesto conto.

La RAI nel frattempo parla di Scajola, di Fini-Berlusconi, di Bersani, Bertolaso e, naturalmente ,di Totti. Calcio a parte sono tutti temi rilevanti, non discuto, ma è possibile che in due anni di crisi epocale non si sia riuscito a tirar su un programma di approfondimento che spiegasse alla gente che cazzo sta succedendo al loro reddito e ai loro risparmi? Un’oretta in seconda serata  era chiedere troppo?(**)

Trichet, governatore della banca europea, oggi tuonava: <<E’ una crisi sistemica>>. Buongiorno mister Trichet! Ben svegliato! Vuole la colazione con le fette biscottate o le porto dei French Toast? E noi che pensavamo che fosse una turbolenza contingente di un sistema altrimenti perfetto! Per chi ci ha preso scusi? Per Alesina e Giavazzi?

E ora?

Questa notte c’è stato un summit d’emergenza tra i paesi europei indetto con la specifica motivazione di salvare l’Euro e l’Europa. Ora dovremmo tutti aspettarci che i nostri governanti si adoperino per ingaggiare un serio conflitto contro chiunque stia provocando questa situazione, usano tutti gli struimenti necessari. Sì, compresi quei servizi segreti che se devono servire soltanto a depistare indagini, rapire imam, infiltrare manifestazioni democratiche, coprire mafiosi, insabbiare stragi, incastrare politici avversi alla Presidenza del Consiglio (chiunque la occupi) e  spiare illegalmente tramite aziende di TLC comuni cittadini ,sarebbe meglio allora che venissero sciolti immediatamente. Se proprio la loro funzione è necessaria che almeno  ci avvertano in anticipo, se qualcuno sta realmente attentatando al nostro posto di lavoro: visto che molti di noi non hanno altro, parecchi ormai non hanno più nemmeno quello e che il lavoro sta in cima a quel bellissimo testo politico che è la nostra ,ripudiata e umiliata, Costituzione Repubblicana.

Avete voluto il potere? Usatelo per proteggerci davvero stavolta o sarete da considerare inadeguati del migliore dei casi, complici nel peggiore. Tramite elezioni anticipate o pacifiche rivoluzioni, anche il più moderato degli italiani finirà col considerare legittima la vostra rimozione come classe dirigente.
(*) Io il Calcio lo seguo, pago per vedere le partite, sono tifoso e compro persino la Gazzetta. Non è snobbismo il mio, è che ho ancora la lucidità per accorgermi che si tratta di un hobby futile e come tale va trattato, soprattutto in sede istituzionale.

(**)Niente di bolscevico, va benissimo Sebastiano Barisoni o quel ciccione che parlava mezzo inglese.

Lo zombie sovrano e la Tragedia Greca.

Riassumere il vorticoso giro di Sirtaki dell’ultimo mese ballato da tutta Europa in poche parole è cosa non semplice, cercherò di essere sintetico e schematico. Tutta d’un fiato:

La Grecia ha un debito pubblico al 115% del PIL inferiore in proporzione tra i paesi sviluppati soltanto a Giappone ed Italia. La Grecia ha un deficit, trend di aumento del debito, che viaggia oltre il 15%. Una compbinazione dei due parametri tra le peggiori del mondo (forse la peggiore, forse no). La Grecia ha già vampirizzato la propria cittadinanza abbastanza e per pagare la prossima tranche di interessi sul debito, 9 miliardi entro il 19 maggio, ha bisogno di finanziamenti.

Attenzione: si tratta soltanto di pagare gli interessi, non di ridurre il debito. Siamo nel perfetto circolo vizioso del cummenda cravattato dagli strozzini che fa altri debiti per pagare gli interessi.

Per finanziarsi la Grecia, come tutti gli altri stati, emette Bond (BoT, CCT…cioè ancora debito) versando interessi ai compratori, interessi proporzionali alla loro possibilità di ripagare effettivamente il debito. Tanto più sei nella merda, tanto più se chiedi soldi al mercato dovrai fornire interessi da capogiro. Negli ultimi mesi gli interessi sui Bond greci sono cresciuti in modo incontrollato, man mano che il default diveniva palese. Il default è avvenuto la scorsa settimana quando il primo ministro ha dichiarato che  non poteva più rivolgersi al mercato per finanziarsi, consequenzialmente il debito greco è stato immediatamente dichiarato junk: “spazzatura”. Fine dei giochi ,la Grecia non può più farcela da sola.

Nel frattempo l’Europa decideva il da farsi aspettando la decisione della Merkel, maggior finanziatore dell’eventuale prestito e discreto detentore, insieme alla Francia, di debito greco (tramite le proprie banche).

Che fare? si chiede la Merkel senza essere Lenin.

Lasciar fallire la Grecia vuol dire perdere i crediti e vedere la crisi ribaltata sulle proprie banche, decretando inoltre la morte politica dell’Europa e quella monetaria dell’Euro. Una unione dove attaccando il punto debole il corpo sano non ha una reazione, non è  più tale. L’Unione, va detto, ha fatto tanto comodo ai tedeschi negli ultimi dieci anni. Inoltre si teme l’effetto Lehman: cade il primo e poi cadono tutti e salvare tutti costa più caro che tappare la prima falla.

Salvare la Grecia vuol dire gettare il denaro pubblico (ha ragione Roubini e poi vedremo perché…), vuol dire salvare d’ora in poi qualunque altro paese in crisi, il che semplicemente non si può fare. Non si può fare perché l’economia greca rappresenta il 2,5% del PIL europeo mentre ad esempio quella italiana vale circa il 15% e via a scendere gradualmente per Spagna, Irlanda e Portogallo.

Si è scelta la seconda opzione differita nel tempo: ti salvo, ma prima temporeggio per mesi in modo che nessuno si metta in testa che il salvataggio sia dovuto e indolore, nel frattempo preparo un pacchetto di commissariamento lacrime e sangue degno dell’FMI. Tra l’altro l’FMI è stato coinvolto nel prestito finale, invocato dallo stesso Tremonti che di solito dalla finanza ultraliberista anglosassone era uso prendere le distanze,  in questo caso vedendo il villaggio in fiamme (la metafora è sua) decide di farsela piacere.

Il piano complessivo prevede 100-120 miliardi in tre anni, ad un paese fallito. Il punto è che 100 miliardi per la Grecia corrispondono ad un terzo del debito e al 35% del PIL, rapportato all’Italia è come se ci fossimo fatti prestare qualcosa come di 600 miliardi! Centoventicinque volte i “favolosi guadagni” dello Scudo Fiscale! Davvero pensate che l’Italia potrebbe mai rimborsare una cifra simile? Se la risposta è no  (ed è NO), nel caso greco la situazione è ancora peggiore, visto che hanno un’economia più debole, una credibilità finanziaria sottozero e una popolazione già ampiamente tosata dalle misure di austerity statale.

L’Italia contribuisce subito per 5 miliardi (esattamente quanto incassato dal famoso scudo…) per questo prestito a fondo perduto, per tenere in vita uno zombie finanziario.

Una nazione zombizzata attenzione, non una nazione di zombie. I greci sono vivi, vigili e decisamente incazzati e sanno di essere le cavie della tenuta d’Europa, della crisi a catena dei debiti sovrani e della nuova ondata di distruzione dei diritti dei cittadini. Dal ilGrandeBluff ecco come le misure di austerity sono riassunte da un lettore greco:

“lo stipendio deve diminuire del 30% x i quattro prossimi anni,

la paga mensile media da 700 euro deve diminuire,

la pensione media di 500 euri deve anch’essa diminuire,

la benzina e le sigarette raddoppiare il costo d’acquisto,

le agiende possono lincenciare quande persone ne vogliono,

l’iva aumentare del 3% dopo un aumento di 2% di soli 20 giorni fa,

i poveri diventare ancora piu poveri x i prossimi 10 anni minimo??????

[...]

Tanti saluti dalla Grecia che ancora resiste…”

Meno pensioni, meno stipendi, niente articolo 18 e similii… non è che  nell’esportazione di questo modello qualcuno  vede una nuova opportunità  di business distruggendo salari e diritti? Magari per fare finalmente concorrenza alla Cina? Qualcuno che forse detiene il credito , scommette contro i titoli sovrani dei PIIGS e sarà l’unico a non rimetterci?

Lottate fratelli d’Ellade, lottate. Temo che  siate soltanat la prima involontaria avanguardia di resistenza al capitalismo che verrà.

Elezioni: PD Horror Picture Show ovvero le purghe staliniane ogni tanto fanno bene


Come dopo ogni sconfitta il PD è di nuovo scivolato nello psicodramma ed  è iniziata, come un sequel senza fine dello stesso B-movie dell’orrore, l’ennesima notte dei lunghi coltelli. Il giorno dopo le elezioni hanno dato tutti in escandescenza dichiarando di aver perso per colpa di qualcun altro (Cacciari) o addirittura di non aver perso (Bersani), dichiarando che la volta scorsa la catastrofe era stata meno catastrofica(Franceschini), prendendosela col segretario(49 senatori) o con tutti tranne il segretario (Bonino).
Dall’esilio dei fessi, che al contrario di quanto dichiarato  pare non sia tra i bisognosi dell’ Africa Nera, sono resuscitati persino i morti per dire la loro (Veltroni).Chiaramente se tutti dichiarano di tutto vuol dire che la leadership non c’è.

Di Pietro è passato in 32 secondi netti, dall’urlo paonazzo contro l’Hitler  di Arcore all’ammissione della sconfitta, toni pacatissimi  e rilievi tecnici su una legge (intercettazioni) che fino al giorno prima dichiarava prodromica del regime fascio-mafioso. Il giorno dopo apre ai Grillini e a Vendola,  dichiarando di  volere una nuova leadership per il 2013 escludendo come candidati se stesso e Bersani (che immagino abbia ringraziato). Si candiderà  eccome a guidare la coalizione, naturalemente dopo essersi dato un’aria da statista moderato. Con gli attacchi frontali ha raccattato tutti i voti possibili,  adesso deve conquistare i meno arrabbiati. Di Pietro , pur non sapendo parlare, in comune con Berlusoni deve avere buoni consulenti in maniera di comunicazione.

D’Alema è l’unico che tace.
L’unica cosa che sembra muoversi a sinistra , il buon Nichi Vendola, proviene da fuori il PD, trionfatore in Puglia prima contro D’Alema poi contro il centrodestra. D’Alema come ricorderete aveva cercato di sacrificarlo sull’altare dell’UDC e su quello dei propri interessi di feudo, contrastandolo in ogni modo e pretendendo in tutti i modi di nominare uno dei suoi saltando le primarie. Un altro successo di quello intelligente.   I danni che D’Alema ha fatto alla sinistra italiana sono inenarrabili, superiori a quelli fatti da Berlusconi anche perché, come ebbi modo di scrivere a suo tempo, non te la puoi prendere più di tanto col virus, che in fondo si limita a fare il suo mestiere, mentre c’è qualcuno  che ti prescrive  continuamente cure che ti sterminano gli anticorpi. Sarebbe ora di epurare definitivamente il buon Massimo e di ammettere di aver confuso una buona capacità dialettica nei dibattiti televisivi, con l’intelligenza politica. Purtroppo Bersani è della sua fronda e quindi la meritata purga staliniana non arriverà nemmeno stavolta.

D’Alema non è un politico intelligente, non è uno stratega ed è stato una benedizione per il Berlusconismo fin dagli albori: ormai di prove ce ne sono in abbondanza e chi non le vede è intelligente quanto lui.
D’Alema, dicevo, è l’unico che tace. Anche perché per itrovare il coraggio di parlare ci vorrebbe  una tale faccia da culo che stavolta i baffetti non basterebbero a coprire.

Sopra il compagno Stalin  mentre prende possesso della barca di D’Alema

Elezioni: Vittoria della Lega? Lunga vita a Berlusconi!

Abitando in quel di Roma avrei forse dovuto seguire con attenzione lo scontro Polverini-Bonino, invece ho passato l’ultimo mese preoccupandomi dei risultati della Lega e del nord in generale. Ho detto a tutti che l’unico dato davvero interessante per il quadro politico sarebbe stato il voto leghista. Mi sono accorto con macroscopico ritardo che, a meno che le sigarette e  le pessime abitudini alimentari non facciano scempio prematuro del mio corpo, avendo Berlusconi 75 anni e io circa la metà, il cavaliere non potrà influire sul mio futuro più di quanto non abbia già fatto negli ultimi quindici anni. La cosa più interessante di questa fase dell’epopea di Berlusconi, dei suoi sodali e dei suoi oppositori è dunque capire il terreno che questi ci avranno preparato per il futuro. Una terra brulla e oscura forse, ma a mio avviso sufficientemente fertile perché vi cresca rigogliosa la pianta verdissima, rude e nerboruta della Lega Nord. Aspettavo con interesse, dicevo, i risultati dalla mitica terra di Padania, una specie di nuova Iperborea dalle cui fontane sgorga la linfa dell’Italia che verrà, eccoli:

 
Regione Europee 2009  Regionali 2010
Veneto  28,38%  35%
Lombardia  22,72%  26,2%
 Piemonte  15,6%  16,7%
 Emilia-Romagna  11,8%  13,6%
 Liguria  9,8%  10,2%
 Toscana  4,3%  6,4%
Aggiungete che alle europee 2009 la Lega in Friuli era al 17,4%, in crescita di 5 punti sulle Regionali di appena un anno prima , in più alle stesse elezioni era oltre il 14% nella Provincia autonoma di Trento. Considerate inoltre che le sole regioni Lombardia, Piemonte e Veneto, oltre a portare la maggior parte del PIL, rappresentano un terzo della popolazione italiana. Quella che ci mostra la tabella è una vittoria straripante, un’affermazione   su tutta la linea, in crescita anche nelle regioni in cui il candidato del PDL ha perso. L’unico partito di governo che cresce  in tempo di crisi e di scandali,  quando la disaffezione e la protesta hanno lasciato a casa il 33% degli italiani. Adesso in uno sforzo di fantasia neanche troppo spregiudicato, immaginate il seguente scenario nei prossimi tre anni:- La crisi economica e sociale persiste o si aggrava.
- Il 75enne al governo sparisce dalla scena nazionale per ragioni politiche, giudiziarie o dettate dall’incedere degli anni.

Problema: Come cambia il quadro politico?

La  mia opinione, su cui sono pronto a scommettere,  è che in assenza di Berlusconi il PDL si dissolverebbe come neve al sole. Un partito verticistico e incentrato su una singola personalità carismatica e politicamente vincente. Un partito scarsamente radicato sul territorio e debolmente organizzato. Un partito privo di una successione. Un partito -azienda, dove è principalmente l’amministratore delegato a produrre utili, cioè consenso. Cosa c’è oltre a Fini nel PDL dopo Berlusconi? Le uniche due figure di spicco sono Tremonti (filoleghista) e Formigoni (ciellino filocentrista) il resto sono mezze figure e lacchè: niente mischiato con nulla, come dicono in Sicilia. Nessuno che abbia la presa sulla gente, il potere economico-mediatico e la metà del carisma, negativo e populista quanto volete ma efficace a fini eletttorali,  di Berlusconi.


Dal canto suo Fini in questo momento è visto dai forzaitalioti del PDL come un nemico più infido e pericoloso di qualunque esponente del centrosinistra. Fini è già politicamente fuori dal PDL, già  coinvolto in qualcosa di nuovo e altamente confindustriale che sta fondando insieme a Montezemolo. Per completare la transizione verso un modello europeo di destra conservatrice e liberale, quale costoro sembrano voler costruire, hanno però bisogno di tempo. Di molto tempo.
Se la questione della successione si ponesse prima delle prossime politiche resta soltanto la Lega.

- La Lega di Bossi, l’alleato leale di B.
- La Lega radicata nel territorio
- La Lega che è di lotta e di governo
- La Lega che sa cavalcare di tutto, dalla crisi ai bassi istinti
- La Lega che farebbe il pieno dei voti del PDL
- La stessa Lega che a quel punto avrebbe numeri da Secessione.

Attenzione non sto dicendo che attuerebbe la secessione, sto dicendo che la minaccerebbe ogni volta che la minaccia potrebbe portarle un  vantaggio politico, cioè una settimana sì e l’altra pure, come del resto ha sempre fatto quando le cose non andavano per il verso sperato.  Se isolata dal quadro politico una forza con quei numeri e quelle pulsioni, potrebbe trovare appoggio da volontà destabilizzatrici provenienti da fuori, magari dai fautori dell’Europa a due o tre velocità o forse da forze d’altro tipo.

Ho sentito esponenti del centrodestra e del centrosinistra dire che  le responsabilità di governo e il consenso,  renderanno la Lega più moderata e meno estremista.

Da quando in qua il potere in quanto tale rende le forze politiche più moderate?

Storicamente non avviene questo, avviene che forze estremiste si diano un profilo più moderato per accedere al potere, ma questo avviene prima dell’entrata nella stanza dei bottoni non dopo. Dopo non ce ne è più bisogno. Si pensi all’esperienza del Movimento Sociale italiano:

- Negli anni ottanta si riducono gradualmente le frange paraterroristiche
-  Negli anni novanta prima esce Pino Rauti e poi nasce AN, che rinnega il fascismo.
- Successivamente usciranno Storace, Buontempo detto er Pecora  e qualche altro i quali comunque, a parte qualche raro istinto nostalgico, avevano da tempo abbandonato le rivendicazioni proprie del MSI.
- Dal 2000 c’è il primo vero governo con AN ( sette mesi nel ’94 contano poco) e oggi il partito, ridotto a corrente PDL,  ha nel suo leader storico Fini un uomo che sembra rappresentare l’anima più democratica del PDL.

Quando è avvenuto questo processo nel caso della Lega? Quando è stato allontanato Borghezio? Da quando Gentilini e Prosperini  avrebbero smesso di sventolare l’omofobia, il razzismo e le Crociate? Sbaglio o l’ultima marcia di Tosi al fianco di Forza Nuova risale a meno di due anni fa? Sbaglio o l’ultima volta che non è stato al governo, cioè appena nel 2007, Bossi aveva ricominciato a parlare di “tirar fuori i fucili”? Quali contrasti aperti e quale lacerante dialettica interna al partito è nata tra costoro e l’ala cosidetta presentabile formata da i vari Maroni, Castelli e Zaia? Quando i vertici del partito avrebbero stigmatizzato le varie assurde delibere dei Comuni del bresciano? Il White Christmas era appena tre mesi fa: in cosa esattamente la Lega è più moderata di Le Pen e degli xenofobi olandesi?

Lunga vita Presidente Berlusconi (sic!), l’Italia purtroppo non è  ancora pronta ad una sua prematura, seppur allettante, scomparsa politica.  So bene che il tempo avrà ragione su di lei Presidente, ma tremo letteralmente all’idea delle truppe che verranno ad occupare la landa devastatata che  si lascerà alle spalle.

Ops… dimenticavo! Se Fini non ha probabilmente tempo di mettere in piedi una forza di centrodestra non irresponsabile, per chi come me coltivi ancora sentimenti di sinistra resta sempre  la possibilità che nel campo dell’opposizione emerga  finalmente

una forza in grado di invertire la cronica tendenza destrorsa e populista dell’elettorato.Ah! Ah! Scherzavo naturalmente, non è il caso vi illudiate ancora: ci siete già caduti troppe volte.

…e infatti i Pigs erano loro: USA e UK.

Adesso anche il Ilsole24ore avanza  dubbi fondati sull’ipotesi epocale che i veri debiti sovrani a rischio default siano quelli di USA e UK, come già accennato nei post precedenti usando come fonti il GEAB e i siti che lo traducono in italiano. Come abbiamo visto i primi ad accorgersene sono stati i burocrati del Partito Comunista Cinese riducendo la propria quota di debito USA, mentre adesso la cosa comincia ad emergere sui mercati finanziari mondiali.

Sempre dal GEAB, guardiamo adesso questo grafico, che sintetizza il rischio legato ai debiti sovrani nelle diverse nazioni:
Il grafico usa due parametri per determinare il rischio default: debito pubblico e deficit pubblico. Più una nazione è in basso nel grafico, più il suo deficit è elevato. Più una nazione è a destra nel grafico, più il suo debito è alto. La lettura ci dice dunque che rispetto al debito le nazioni che stanno peggio sono Giappone, Italia e Grecia, tutti oltre il  100% del PIL. (GDP). Rispetto al deficit USA, UK, Irlanda e ancora la Grecia, hanno invece i conti peggiori. Dunque effettivamente la Grecia sembra essere il paese più a rischio, con gli USA a dover gestire un deficit pesantissimo ma un debito tutto sommato gestibile, all’87% del PIL… ma adesso leggiamo questo estratto dall’articolo del Sole24:

“Ma aggiungendo i 6.264 miliardi di debiti in carico alle agenzie (Fannie Mae, Freddie Mac che sono interamente controllate dallo stato) si arriva a un rosso complessivo di 18.870 miliardi: ossia al 130,6% del Pil. Le finanze Usa sarebbero in condizioni peggiori di quelle dei paesi identificati dal gentile acronimo di piigs.

Quindi ridisegnando il grafico alla luce del debito accumulato dagli enti statali che cartolarizzavano i mutui, il pallino rosso degli USA finisce secondo soltanto al Giappone in quanto a debito, restando il peggiore in assoluto per deficit. Gli USA sono più in basso e più a destra… e abbiamo trovato il maiale più grosso nel recinto dei PIGS: un suino di pura razza Yankee.

Adesso sarà chiaro e non più solo sospetto, perché  la stampa economica anglosassone abbia alzato recentemente il polverone su Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna. La prima gallina che canta… vabè, non amo i proverbi, ma in questo caso è quanto mai calzante.

Forse è anche più chiaro l’attacco speculativo contro l’Euro da parte degli Hedge Funds, che a questo punto è lecito sospettare siano il braccio armato di Washinghton.

Anche se il tono potrebbe farlo suppore, non c’è alcun compiacimento da parte mia nell’immaginare un rischio default negli USA, lo scenario economico e geopolitico avrebbe infatti conseguenze impredicibili e catastrofiche: da una crisi che dura decenni e ci restituisce un mondo con equilibri ribaltati, a tensioni belliche che oggi sembrano ancora follia pura. I

Nota: vedo dai commenti e dagli accessi che i post in cui cerco di collezionare un po’ di informazioni sullo scenario economico riscuotono meno interesse rispetto chessò, all’ultimo aggiornamento sugli sproloqui della politica italiana. Se questa roba mi interessa di più è perché avrà conseguenze sulle nostre vite ben superiori a quanto le scelte di Berlusconi, Fini o Bersani, possano sperare di avere nei loro sogni più bagnati.
Vi invito anzi a seguire le evoluzioni dello scenario economico su blog e siti più autorevoli e competenti di questo, a cominciare da quelli linkati in questo post e nei precedenti.

L’intellettuale in televisione (II)

[...continua]In quanto filosofo, letterato o artista, l’intellettuale nasce millenni prima della televisione e dei mezzi di comunicazione di massa, ma ad essi rischia di non sopravvivere in quanto “ruolo sociale”.

Oggi, il 70% degli italiani si informa soltanto tramite la TV, Internet è un coacervo spesso inestricabile di ogni tipo di informazione  e disinformazione in mezzo ai quali non tutti sanno districarsi. Oggi si è un “grande lettore” leggendo sei romanzetti l’anno, mentre le tirature dei giornali sono irrisorie. In questo contesto il ruolo dell’intellettuale rischia di sparire insieme alla sua autorevolezza.

Non annuncio la scomparsa degli uomini di cultura o dei grandissimi artisti, ma quella della loro capacità di agire sulla società al di fuori delle Università o delle nicchie editoriali, davanti ad una popolazione che si cotruisce della loro funzione un’immagine distorta e grottesca.

Non teorizzo il governo dei filosofi, mi limito a dire che essi devono avere un ruolo nella dialettica sociale e nelle sue trasformazioni.

Tutto il resto, anche l’uscita più provocatoria, rientrerà per lo più nello stanco balletto della reprimenda e del perdono, dell’ostracismo e della riammissione tra gli applausi del figliol prodigo redento.

Tutto organico, tutto già visto.

Sulla sinistra non so più che dire, questo è soltanto un altro punto su cui lo spaesamento è totale. Ha cercato di sfruttare gli ambienti  culturali che la fiancheggiano, prendendo le distanze non appena essi si mostravano autonomi. Utili per criticare l’avversario, ma in fase propositiva si è preferito guardare ai profeti delle privatizzazioni, della precarizzazione e dello smantellamento dello stato sociale.

La cultura è per il centrosinistra  attuale un orpello da mostrare ai festival del cinema. Non ci si stupisca se poi gli avversari hanno gioco facile gettando tutto nel calderone del radical chic.

Su questo la destra sta commettendo un suicidio. Stanchi della predominanza, vera o presunta, della cultura di sinistra nella seconda metà del novecento, invece che proporre una propria generazione di intellettuali oggi che ne hanno tutti i mezzi, hanno banalizzato e ridicolarizzato la figura dell’intellettuale in quanto tale.

Il leghismo si è privato fin dagli albori del proprio unico intellettuale, passando in fretta dal federalismo al nazionalismo para-etnico, mescolando le radici Cristiane ai riti celtici,  inventando una storia e una nazione inesistenti, parlando solo e soltanto alla pancia del suo popolo. Il Berlusconismo si avvale prevalentemente di  yesman(*)  e mette ai beni culturali Bondi , mentre certi servizievoli giornalisti di destra hanno fatto passare l’equazione “intellettuale = radical chic”.

Una falsificazione il quanto il radical chic è la negazione stessa dell’intellettuale. Esso rappresenta quanto di più conformista, modaiolo e distante dalla realtà, colui cioè meno adatto ad interpretarla anche qualora ne avesse gli strumenti culturali o i titoli accademici.

Tra l’altro questa è una situazione che ha portato molti intellettuali non di sinistra (liberali, cattolici, reazionari) a schierarsi contro questa destra, che non accetta il pensiero critico e decreta l’inutilità dell’arricchimento culturale a vantaggio di quello materiale.

Aspettarsi ricchezza economica per tutti, almeno secondo gli attuali parametri e modelli di consumo, è utopia. Conoscenza, arte e cultura a disposizione di tutti sarebbero un traguardo oggi più raggiungibile che mai prima d’ora nella storia, se esse non fossero uscite completamente dall’orizzonte del desiderio popolare. Purtroppo il prossimo bene di consumo è immediatamente desiderabile, all’arte e alla letteratura è spesso difficile e faticoso abituare il gusto. Questo sarebbe uno dei ruoli degli educatori e degli intellettuali, due categorie quanto mai disprezzate in questa Italia.

Peccato. Della voce di qualche pensatore vero, che parla per ciò che pensa e per ciò che sa e non per essere invitato alla prossima puntata dello show, ce ne sarebbe quanto mai bisogno.


PS: Tra coloro che mantengono o hanno mantenuto una certa visibilità mediatica (intellettuali, artisti o presunti tali) nel post non ho citato esplicitamente Alberoni, Ferrara, Cardini, Travaglio, Sartori, Eco, Galli della Loggia, Pera, Morgan, Fini ed altri. C’è almeno una frase che si riferisce ad uno o più di loro, le associazioni tra nomi e personaggi mettetecele voi se ne avete voglia.

(*) In questo senso la battaglia interna di farefuturo, probabilemnte non è soltanto opportunismo politico.

L’intellettuale in televisione (I)

Partiamo da un bel post di I&I, sulle vicende legate, da ultimo, ad Aldo Busi. I&I finisce il suo post rammaricandosi del fatto che si finisca per associare la cultura (senza discriminare, giustamente, tra alta e bassa cultura) a figure come quella di Busi.

Il punto non è chiaramente Busi in sé, del quale personalmente non ho alcuna intenzione di parlare, ma la percezione diffusa dell’intellettuale come fenomeno da circo televisivo, della sua presenza come di una tra le tante maschere che può indossare il “personaggio TV”: al pari della bonazza, del travestito, del moderato, del tuttologo, del tronista e via discorrendo.

Il fatto che gli Sgarbi o i Busi possano essere davvero degli studiosii di grande prestigio nei rispettivi campi è del tutto irrilevante, il punto è che costoro non vanno in TV quasi mai in veste di uomini di cultura quanto in quella di “provocatori” , “polemisti” e rissaioli, invitati a parlare di qualunque argomento in qualunque contesto.

La prima falsificazione è quella di far passare Sgarbi o Busi come personaggi “scomodi” per la TV. Nella loro esternazione più forsennata, al più risultano scomodi quanto un ospite d’onore unbriaco che ti piscia in salotto sul tappeto buono.

Scomodo in TV è soltanto colui che ne svela i meccanismi, quelli dei poteri che essa serve o di cui essa ha paura, dei valori che essa da per scontati. Mezzo nudo su un’isola l’uno o arrampicato su uno sgabello alto due metri da giudice del tennis l’altro, il sistema televisivo li incensa come intellettuali ma li utilizza, col loro beneplacido, come artisti dello pseudo-spettacolo, nel sottogenere specializzato nella provocazione fine a se stessa e nella rissa.

Dal canto loro Sgarbi e Busi fanno anche bene, non sono loro il problema.

Dal canto suo la TV facesse il cazzo che le pare, basta non guardare Buona Domenica o l’ultimo reality.

Il punto è che l’intellettuale è una figura centrale della storia dell’occidente da tempo immemore, protagonista collaterale e talvolta promotore dello spirito dei tempi e, per la parte che gli compete, custode del patrimonio culturale di un popolo in grado di attualizzarlo ai temi in cui vive, nonché spesso antesignano e osservatore delle sue evoluzioni future.

L’intellettuale non è un “tuttologo”, l’ultimo individuo a potersi ritenere depositario di tutto il sapere del suo tempo fu forse Aristotele. Una qualche consapevolezza del proprio ruolo e un sacro rispetto della vastità del sapere moderno e delle difficoltà che si incontrano nell’acquisirlo e nel decifrarlo, dovrebbero far rifuggire dalla sola idea di poter sproloquiare su ogni campo dello scibile.

L’intellettuale non è super partes alla dialettica  sociale e politica, qualora di essa si occupi, non è un terzista e non è equidistante per definizione. Può essere naturalmente un moderato, un conservatore o perfino un reazionario, ma deve stare da una parte ben precisa: quella delle sue idee. O queste idee hanno una qualche forza ben riconoscibile o esse non sono tali, né valgono più del fiato sprecato per enunciarle. In caso contrario sarà al più un mediatore tra idee altrui, abile nel barcamenarsi tra correnti diverse.

L’intellettuale deve essere dunque schierato, ciò che non può e non deve fare è essere organico o conformista. Non può essere conformista in quanto le sue idee non sono degne di tale nome se oscillano al variare della vulgata corrente. Non organico, perché anche se le sue idee possono dettare i tempi ad un partito e una corrente o perfino essere alla base della sua fondazione, non possono essere sottoposte ad altro padrone che non sia la coscienza che le ha generate. Tutto il resto è propaganda infarinata di cultura. In questo senso Gentile e Gramsci, furono degli intellettuali nella misura in cui le loro idee influenzarono il potere o la rivolta contro di esso e non il contrario.

Gli intellettuali degni di questo nome in televisione del resto ci sono sempre andati poco, per diversi motivi. I tempi televisivi non permettono in genere i ragionamenti lunghi e complessi, le necessità della spettacolarizzazione (per l’auditel è doveroso che l’ascoltatore non si addormenti) cozzano con quelle del dibattito approfondito e, infine, la fruizione di massa  appiattisce inevitabilmente le aspettative del pubblico, quindi certi temi spesso non riscontrano interesse. C’è pure magari un certo snobismo che alla luce di quanto detto prima “proteggeva” e “accresceva la purezza” dell’intellettuale stesso, che si rifiutava ( per ragioni piu’ o meno condivisibili) di trasformarsi in prodotto televisivo.

Fin qui, nulla di male. Una volta ogni morte di Papa magari vedevi un’intervista a Pasolini, Sciascia, Eduardo, Fellini o Ungaretti in TV, dicevano piu’ o meno il cazzo che gli pareva e pace fatta, se ti interessava andavi a leggerti o guardarti le opere. L’intervista però era un momento di grande lustro per chi la faceva, proprio per l’eccezionalità dell’evento e non si teneva certo nell’ambito di un’isola di finti naufraghi. Li si chiamava “maestri” e li si riconosceva come tali.[...segue]

Domani 11 Marzo: il D-Day dell’Arabia Saudita?


Un paio di post fa su segnalazione del Grande Bluff di Bassi, vi raccontavo del timore diffuso tra gli analisti riguardo al Nightmare Scenario, quello in cui le masse sciite dell’Arabia sunnita (masse sedute su un mare di petrolio), si potrebbero sollevere sull’onda delle proteste anch’esse sciite in Barheim. Lo stesso tema è stato ripreso anche da Petrolio come plausibile ragione delle tensioni sul prezzo del greggio.

Ebbene c’è anche una data precisa in cui lo scenario si potrebbe chiarire, domani 11 Marzo 2011, giorno in cui è prevista la prima protesta in Arabia, il giorno della rabbia. Robert Fisk, esperto del mondo arabo dell’Indipendent, ci informa che la famiglia reale Saud ha spostato qualcosa come 20000 uomini per militarizzare le aree sciite e reprimere la protesta. Sempre da Fisk scopriamo che i Saud avrebbero minacciato la famiglia reale del Barheim di reprimere le proteste sull’isola con un intervento diretto qualora i monarchi vicini non si rivelassero sufficientemente risoluti. In realtà nel video malfunzionante dell’altro post si vedeva le forze della repressione sparare sui cittadini disarmati del Barheim, lasciandoli massacrati in terra con una certa sanguinaria “risolutezza”. 

Se dovesse incendiarsi l’Arabia Saudita a cosa andremmo incontro?

Dal punto di vista economico la’ipotesi più probabile è il petrolio a 200 dollari o giù di lì, con danni enormi sulla ripresa economica occidentale e una nuova probabile recessione.

In secondo luogo l’innalzamento dei prezzi delle materie prime, con una probabile ondata inflattiva. Il contenimento dell’inflazione è lo scopo principale della BCE che per scongiurare il pericolo ha un solo strumento: alzare i tassi di interesse, cosa che già ha iniziato a fare questa settimana. L’innalzamento dei tassi porterebbe sotto pressione i debiti dei PIIGS, facendo plausibilmente saltare il banco proprio nella settimana in cui la Grecia ha raggiunto un nuovo  record degli spread (differenza di rendimento sui titoli sulla Germania): più sei a rischio fallimento più per prestarti i soldi chiedono tassi remunerativi, più ti avviti nella spirale del debito e rischi di non rientrare mai tornando allo scenario della bancarotta statale. Intanto, il Portogallo viene dato per spacciato (chiederà aiuti come Grecia e Irlanda prima di lui), l’Irlanda ha le banche nazionalizzate di fresco paregià costrette poche settimane fa a chiedere 15 miliardi di euro di prestiti straordiari, la Spagna ha visto il proprio rating degradato e ha le piccole banche commerciali in sofferenza cronica.

Fate voi, non c’è credo altro da aggiungere.

Dal punto di vista geopolitico se i sauditi dovessero affogare la protesta nel sangue, la situazione degli Stati Uniti sarebbe a dir poco paradossale. Da una parte impegnati a condannare i vari Mubarak e Ben Alì, preparando un probabile intervento militare in Libia pur di fermare quel pazzo delirante di Gheddafi (come faceva B, ad andarci tanto d’accordo? Lui così sobrio…), dall’ altra impossibilitati a fare alcunché contro il regime Saudita, partner strategico cui tutto è sempre stato perdonato in nome dell’approvvigionamento energetico il quale, a sua volta, ha  permesso agli USA di costruire un numero sproporzionato di basi militari nel sacro deserto dell’Islam (questa l’originale prima rivendicazione del fu Bin Laden).

Vi ricordate quel gioco in cui dando un colpo di schicchera al primo mattoncino vengono poi giù tutti gli altri? Bene, il primo mattoncino è l’Arabia Saudita e forse, domani il dito della Storia potrebbe farlo vacillare.

Guardiamo alla sostanza, non alla forma.

Argutamente segnalato su Megachip, Vittorio Alfieri sembra voler raccogliere l’invito di molti esponenti politici che in questi giorni stanno invitando a guardare alla sostanza e non alla forma:

«Tirannide indistintamente appellar si debbe ogni qualunque governo in cui chi è preposto all’esecuzione delle leggi può farle, distruggerle, interpretarle, impedirle, sospenderle o anche soltanto eluderle con sicurezza di impunità. E quindi o questo infrangileggi sia ereditario o elettivo, usurpatore o legittimo, uomo buono o tristo, uno o molti, ad ogni modo, chiunque ha una forza effettiva che basti a ciò fare è tiranno, ogni società che lo ammetta è tirannide, ogni popolo che lo sopporta è schiavo
Vittorio Alfieri,  Della Tirannide (1777)

Il Presidente venuto da Marte.

Il Presidente della Repubblica Marziana, Giorgio Napolitano, ha oggi commentato le proiezioni di voto dei Paesi Bassi dove il partito PVV sembra destinato ad attestarsi come terza forza del paese, conquistando alcune decine di seggi nel parlamento olandese.Napolitano sembra si sia detto preoccupato per il successo in un paese europeo di un partitocon forti connotazioni xenofobe, che ha basato la propria  affermazione su una strenua campagna anti-immigrazione e anti-islam. Napolitano ha anche stigmatizzato come le tendenze nazionaliste  ( e quindi tra le altre cose anti-europeiste) di un tale partito siano anacronistiche, figlie di una storia che non può e non deve tornare.Nella sua analisi, devo dire piuttosto lucida, Napolitano sembrava fare  indiretto ma chiaro riferimento alle ideologie nazionaliste e razziste, propugnate con esiti drammatici dal nazi-fascismo. “E’ possibile vedere nel 2010 una forza politica del genere che diventa la terza per peso elettorale in un paese europeo?” sembra volerci dire, sgomento e preoccupato il Presidente appena sceso dalla sua atronave proveniente dal pianeta rosso, dove il progresso ha ormai relegato i rigurgiti xenofobi ad un ricordo del passato.

Personalmente condivido  in pieno la sua preoccupazione, condivido molto meno il suo stupore in quanto esistono in Europa paesi messi,  ahimé, ben peggio dell’Olanda.

Se infatti il Presidente, che come ogni marziano è ben poco avvezzo alle vicende di casa nostra, invece che dagli spazi siderali fosse venuto chessò, dall’Italia,  avrebbe scoperto che qui c’è un partito xenofobo e anti-islamico che rappresenta esattamente la terza forza  politica nel paese. E non basta! Il PVV, che in lingua Dutch significa Partito della Libertà (sic!), verrà probabilmente isolato dalle altre forze politiche di destra e di sinistra,  mentre la Lega Nord è parte di una solidissima alleanza di Governo e vanta addirittura un cospicuo numero di Ministri della Repubblica! Qualcuno potrebbe fuorviare il Presidente dicendogli che la Lega è  sì un partito xenofobo , ma federalista e non nazionalista. Diciamo per correttezza all’illustre diplomatico extraplanetario di non lasciarsi ingannare: se fossero veramente federalisti presenterebbero le loro liste anche in Sicilia, in realtà sono assolutamente nazionalisti seppur patrioti di una nazione mitica e dai confini incerti, più piccola e inscritta nell’Italia che governano e che va sotto il fiabesco nome di Padania.

Vogliamo dire al Presidente di non prendere questo post come una critica: ci rendiamo perfettamente conto che chi ricopre una carica istituzioanle su un pianeta che dista, nel momento di massimo avvicinamento, 56 milioni di kilometri dalla terra possa non essere perfettamente aggiornato su ciò che è avvenuto in Italia negli ultimi vent’anni. Al contrario, prenda questo nostro umile commento come un invito ad esprimere preoccupazione anche per la situazione italiana, di modo che il suo autorevole monito e la sua  saggia azione sensibilizzatrice sui i media internazionali denuncino ogni xenofobia, ogni anti-islamismo e ogni rigurgito nazionalista ancora presente in Europa.

Non prendiamocela soltanto con gli olandesi poveracci,  francamente in fatto di razzisti al governo sembrano ai nostri stanchi occhi poco meno che dei goffi parvenue.

P.I.G.S.: E se i porci fossero loro?

Partendo dall’evidenza, tra l’altro ampiamente prevedibile, che il debito si sarebbe spostato dalle banche agli stati, nel post precedente accennavo al fatto che il termine P.I.I.G.S. dovrebbe essere forse affibbiato a chi la crisi l’ha provocata, piuttosto che a chi la sta subendo a causa di un tessuto economico probabilmente più fragile. Premesso che Spagna, Italia (a proposito il PIL 2009 è stato rivisto al -5%, tanto per essere ottimisti) Irlanda, Portogallo e soprattutto Grecia, possono davvero rischiare il default con dure ripercussioni sul sistema europeo, cominciano ad affermarsi anche opinioni alternative in merito.

Il blog Informazione Scorretta pubblica periodicamente la traduzione  del rapporto di economia e geopolitica GEAB, prodotto dal think tank Leap2020, che nasce con lo scopo di fornire analisi scevre da pressioni lobbistiche o filogovarnative. Consultando gli archivi del GEAB (presenti su informazione scorretta) si può verificare effettivamente la loro capacità apparentemente “profetica” di leggere la situazione economica e di conseguenza geopolitica (lo diceva già il vecchio Karl  Marx che tutto parte da lì) con largo anticipo, compresa la crisi delle banche e quella degli stati.

Secondo la loro analisi (che coincide con quella di Benetazzo ed altri analisti indipendenti) la stampa anglosassone starebbe gonfiando il clamore  sulla Grecia per coprire le difficoltà degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Nel frattempo infatti scopriamo che la Cina  sta  smettendo di comprare titoli di debito USA riducendo per di più quelli in loro possesso (ricordate le sette piccole differenze?), dopo esserne stata il miglior acquirente per una decina di anni e facendosi riscavalcare dal Giappone. L’effetto collaterale, secondo il GEAB, sarà la crescita delle tensioni tra Cina e USA, due paesi piuttosto militarizzati ed influenti. Gli USA hanno oggi necessità, come forse non mai nella propria storia, di qualcuno che finanzi il loro debito pubblico in fortissima crescita e proprio adesso il loro maggiore finanziatore si fa da parte… e se altri dovessero seguire la Cina? Il GEAB sostiene che questo avverrà con gli USA che

entro fine anno  correranno chissà come ai ripari  per evitare la bancarotta. Nel frattempo la Gran Bretagna deindustrializzata che aveva visto negli anni novanta la City (il quartiere finanziario di Londra) divenire la prima industria del paese, con la crisi  in  atto sarebbe in realtà il paese “europeo”  a maggior rischio default. Che alla fine si sia rivelato un bene  che isolazionismo e filoatlantismo  abbiano tenuto gli inglesi fuori dall’Euro? Il tutto mentre la sterlina precipita, le elezioni  inglesi sono imminenti (il che spiegherebbe la volontà di spostare l’attenzione altrove) e perfino ilsole24ore comincia a parlare di scenario greco per la Gran Bretagna, con la differenza che l’economia UK ha un peso appena appena più rilevante nello scacchiere mondiale.Insomma, vuoi vedere che alla fine i porci erano loro?

P.I.G.S: Chi sono i porci d’Europa?

Ci sono due abitudini linguistiche rispettivamente di americani ed inglesi che ritengo particolarmente odiose: l’uso sproporzionato e grottesco che i primi fanno degli acronimi e la consuetudine che hanno i secondi nell’ affibbiare ad altri nomignoli offensivi e talvolta razzistoidi, con la sfacciata spocchia di chi sta  facendo della sottile ed intelligente ironia.

Il termine P.I.G.S.che va  di moda nelle ultime settimane a proposito della crisi ne è un esempio perfetto e particolarmente irritante. 

Quando parliamo di crisi chi sono i P.I.G.S, cioè i porci? La finanza anglosassone che ha venduto debiti insolvibili come fossero galline dalle uova d’oro? Le agenzie di ratings che per buona parte del 2008 ancora valutavano Lehman come un debiore eccellente o che, come è avvenuto più volte, inserivano dei mutui spazzatura (rating F) dentro prodotti finanziari valutati come buoni (rating A)? O forse i grandi politici della deregulation da Reagan e la Tatcher, fino a Clinton e Bush, che hanno permesso una finanziarizzazione dell’economia ipertrofica ed incontrollata? I vari Madorf che costruivano catene di catene di Sant’Antonio da decine di miliardi? No.I porci invece saremmo noi.

P.I.G.S. sta infatti per Portugal, Italy, Greece and Spain, paesi mediterranei in forte difficoltà per il debito pubblico ed altri macro-indicatori (PIL, produzione industriale, etc…), tecnicamente a rischio default (bancarotta) in seguito alla crisi. In realtà la I starebbe anche per Ireland, paese anglofono, ma sempre volgaremente papista e inviso ai veri gentiluomini inglesi: quindi degno di stare nei P.I.G.S, o nei P.I.I.G.S. come qualcuno li chiama adesso.

Perché i P.I.I.G.S., dove la crisi non ha avuto inizio, sono diventati tali? Trattandosi di  Mediterraneo verrebbe da pensare alla maga Circe ingannatrice (e neoliberista magari), ma in realtà le cause e le condizioni sono piuttosto diverse da paese a paese. In generale dal fragile boom edilizio spagnolo al trentennale debito pubblico italiano, questi paesi hanno in comune tanto l’estraneità all’epicentro della crisi quanto la loro fragilità nel fronteggiarne gli effetti.

Con buona pace dei modernissimi deregolatori nostrani il grosso del guano viene dal mondo anglosassone, ma i porci siamo  noi perché rischiamo di restarne sommersi.

In sostanza la crisi si è spostata dalla finanza all’economia e da questa ai conti pubblici.

La crisi ecoomica infatti si traduce per i governi , oltre ai salvataggi diretti di banche e aziende, in una spirale di contraccolpi negativi: aumento della disoccupazione, aumento della spesa pubblica per gli ammortizzatori sociali, pressione sul sistema pensionistico, diminuzione del gettito fiscale, stretta creditizia sull’iniziativa privata, crollo dei prezzi immobiliari, dequalificazione del territorio  nelle aree industriali,  conflitti sociali e, di conseguenza, aumento del debito pubblico. Aumento vertigionoso anche in USA e UK, con la differenza che queste nazioni  partivano da livelli di indebitamento molto piu’ bassi.E’ così che nell’economia globalizzata la Grecia deve essere salvata dalla UE, in un momento in cui se non ci fosse l’euro la dracma avrebbe perso il 40% sul Marco Tedesco, portando il paese in una situazione molto simile a quella dell’Islanda.

Tuttavia la Grecia è un paese piccolo, che rappresenta soltanto il 2,5% del PIL europeo, per l’Italia ad esempio il discorso sarebbe più complesso trovandosi in una situazione TBTF (too big to fail) dal punto di vista di eventuali salvataggi europei.

Ma l’Italia può davvero rischiare di fallire? Se da un lato il n
ostro debito è gigantesco è anche vero che per la maggior parte è interno e quindi meno esposto alle speculazioni, così come è vero che la nostra economia ha potenzialità superiori a quelle di tutti gli altri PIG… emh, paesi fratelli del mediterraneo.  All’inizio degli anni novanta ci trovammo in una situazione anche peggiore e con la solita ricetta lacrime&sangue il rischio venne sventato. Non la pensa però così il premio Nobel canadese per l’economia (1999) Mundell , il quale un paio di giorni fa ha sentenziato:<<A preoccuparmi

non è la Grecia, non il Portogallo e forse nemmeno l’Irlanda, ma è l’Italia. A causa dell’elevato debito pubblico, l’Italia è la peggior minaccia per l’Europa>> 

Non ci resta che sperare che si sbagli e che i porci anche stavolta , all’ultimo istante prima dello schianto, tirino fuori le ali.

Nostalgia canaglia.

Nel post precedente citando soltanto la Lega rischiavo di far torto al PDL, anche loro hanno  dei personaggi “vecchio stampo”, come il candidato Celori che accompagna la propria campagna elettorale con una interessante iniziativa culturale ci regala un calendario. Né la Crfagna, né la Ferilli e nemmeno qualche nuova subrettina  in forte ascesa. Come segnala stamattina il Corriere si tratta in realtà di un calendario storico 2010 ma anche, con doppia dicitura, il Calendario dell’anno 84° dell’era fascista.

Non so voi, ma calendario per calendario io stavolta preferivo tette e culi…      

Tirando le somme(III): Disoccupazione e “pace sociale”.

Avere un blog talvolta si rivela utile per fissare la memoria e verificare, a debita distanza di tempo, i dati previsionali esaminati in passato. Mi riferisco in particolare alle stime sulla disoccupazione di cui scrissi circa un anno fa  in cui, a crisi conclamata, ci si affrettava nel tentativo di capire cosa sarebbe accaduto durante il 2009. I dati dell’epoca prodotti da CGIL, Confindustria ed OCSE erano più o meno concordi nel prevedere  tra i 400mila e i 500mila disoccupati in più, con un impennata del tasso di disoccupazione dal 6,7% a circa l’8,5%. Fuori dal coro, si alzava invece la voce di Beppe Grillo che parlava che, col solito piglio millenaristico, sparava alto prevedendo tra 1,5 e 2 milioni di soccupati in più, il tasso al 15% l’accusa (inspiegabile) alla CGIL di averlo plagiato parlando di una “valanga di licenziamenti in arrivo”. La mia opinione era che  le stime di sindacati e Confindustria fossero chiaramente più attendibili e che, seppur in condizioni di durissimo stress, il sistema sociale avrebbe retto l’urto del mezzo milione di nuovi disoccupati. Diversamente sarebbe andata nel caso avesse avuto ragione Grillo, quello era davvero uno scenario da apocalisse, con il patto sociale che va a farsi benedire e il popolo  inferocito che impugna il forcone.  Oggi finalemnte i dati ci dicono come è andata a finire:


Per dirla subito chiara: Grillo aveva torto, mentre CGIL, Confindustria e OCSE avevano ragione. La previsione più accurata è stata quella della CGIL che nel Novembre 2008 prevedeva 400000 mila nuovi disoccupati. I dati Istat resi noti il 29 Gennaio (provvisori ma attendibili) riportano:


 392000 nuovi disoccupati nel 2009
   8,5% tasso di disoccupazione al 1 Gennaio 2010
2150000 disoccupati in italia alle soglie del 2010


Insomma, con buona pace di Grillo, niente guerra civile, niente fucili né  sacchi sabbia, ma pur sempre un annus horribilis. Tra l’altro vanno considerati alcuni dati di dettaglio che aiutano a comprendere meglio il quadro. Il primo è la disoccupazione giovanile che tocca il 26% e sancisce, qualora ce ne fosse stato bisogno, l’esistenza di una casta di poveri istruiti, motivati e potenzialmente molto produttivi, rimasti esclusi dal mondo del lavoro e non protetti, sulle cui spalle grava il peggio della crisi: i vostri figli. La nazione statistica dei giovani italiani in età da lavoro ha un tasso di disoccupazione doppio rispetto a quello della Sardegna, una delle regioni più indigenti e colpite dalla crisi dove i lavoratori cominciano a farsi sentire più che altrove. Aspettate che si accorgano che razza di fine sta facendo il loro futuro e sentirete anche le loro voci.
L’altro dato preoccupante è che il tasso di disoccupazione non tiene conto dei lavoratori in Cassa Integrazione i quali se conteggiati porterebbero il tasso al 10,1%, circa come negli Stati Uniti epicentro della crisi dove non esiste nulla di simile alla CIG. In breve, tra disoccupati e cassaintegrati abbiamo 2,5 milioni di famiglie italiane che hanno perso in parte o del tutto il proprio reddito.
E per lo sfavillante 2010, anno della di mirabilie e ripresa economica?
La CGIL le cui stime a questo punto non vanno comunque prese per oro colato ma si sono come abbiamo visto rivelate affidabili (mentre il governo dell’ottimismo gridava contro i sindacati

corvi, cassandre di sventura e menagrami)  dice che se nessuno farà niente il 2010 andrà peggio del 2009raggiungendo, stavolta lo temo anch’io, livelli da rivolta sociale. 

Del resto, lo stiamo già vedendo. Si comincia  dalle zone più disagiate, si pensi alle rivolte nelle zone ad alta immigrazione o agli operai che promettono battaglia, salgono sui tetti e sequestrano i manager:  al peggiorare della crisi il fenomeno si estenderà a fasce sociali ed aree geografiche in passato considerate non a rischio, a cominciare dal ricco nord. Ieri, per la prima volta, il finora inutile Bersani  ha detto una cosa condivisibile a proposito di immigrazione “la Lega alimenta il problema invece di contribuire a risolverlo, a scopo di lucro elettorale”. La Lega ha la straordinaria capacità di raccogliere il malcontento anche quando è al governo ,  raggiunge classi sociali disparate , dall’operaio al cummenda, fornendo loro un comune nemico “visibile e diverso”, una coesione pseudo-patriottica fondata sulla discriminazione del “parassita” (Luhmann) e sulla difesa del territorio. La finanza anglosassone e la scuola di Chicago, sono avversari troppo distanti ed “occidentali” , per poter essere individuati e combattuti. Così, quando la crisi sociale raggiungerà il proprio apogeo, se davvero la rabbia popolare si rivolgerà verso gli immigrati  ci troveremo nel peggiore scenario possibile, letteralmente in mano a questa banda  di nazistoidi che come a Trenzano negano ai mussulmani perfino il diritto di parlare la loro lingua nei  centri culturali o appendono cartelli contro Burqa e Niqab come a Varallo o, peggio di tutte, organizzano i White Christmas come a Cocchaglio.  Non importa se l’ordinanza è illegittima, discriminatoria o anticostituzionale: quando il comune è sufficientemente piccolo siamo già alla secessione di fatto. Al sud, Rosarno docet, le cose non andranno necessariamente meglio.

Se la previsione sulla disoccupazione più attendibile l’ha fornita la CGIL quella politica rischia di avercela procurata Veronica Lario: è  ormai il dopo-Berlusconi, cioè il deserto politico e sociale che si lascerà alle spalle, a doverci preoccupare maggiormente.Per ora infatti, finché la pace sociale regge, la bestia ha ancora bisogno del padrone, ma il guinzaglio diventa ogni giorno più lungo e non sempre è chiaro chi tenga le briglie e chi porti il collare.

Viva il Governo! Dal processo breve all’Italia in breve.

Innanzitutto voglio fare un plauso al Governo: finalmente in Italia avremo il “processo breve”, la legge che lo istituisce è passata al Senato e presumibilmete verrà presto approvata anche alla Camera.  L’opposizione e la magistratura hanno come sempre  esacerbato il dibattito, criticando aspramente e gridando allo scandalo, eppure stavolta  Governo e maggioranza non vogliono  sentire ragioni: difendono il provvedimento a spada tratta e, aggiungo io,  con ragione.  Mi domando: come si fa a non volere il processo breve? Come si fa a non rendersi conto che i processi in Italia duranto anche dieci o quindici anni? Ma davvero la sinistra vuole il processo lungo e la giustizia intasata?

Le critiche (capziose) degli oppositori (giustizialisti) vertono sostanzialmente su tre punti:

1) La legge favorisce Berlusconi per i propri processi.

Embé? Se ha risvolti positivi su 100000 mila processi rendendoli finalmente brevi, più naturalemnte quelli futuri una volta che il provvedimento sarà a regime, vogliamo bloccare una tale riforma perché ne beneficia anche il Premier? E non è anch’egli un cittadino con pari diritti degli altri? Ammettere il contrario sarebbe sì una persecuzione…

2) Il processo breve prevede gli stessi tempi, due anni ciascuno, per riti diversi come primo grado (dove si sentono anche centinaia di testimoni), appello e cassazione (che sono soltanto revisioni di sentenze precedenti).

Beh, effettivamente questo non ha molto senso e su ciò la maggioranza non risponde. Ma vogliamo davvero cavillare? Una volta che il Governo ci regala finalmente una svolta epocale come i “processi brevi” blocchiamo tutto per una questione del genere? Eddai… basterà un emendamento, mica ce lo negheranno perché il processo Mills è in primo grado…

3) Se si fissa la durata senza fornire le risorse per sveltire i processi (tribunali, magistrati, cancellieri, carta, computer etc…) si otterrà soltanto di ottenere il “processo morto” evitando che  venga  celebrato, senza sveltirlo. In realtà, 100000 processi morti.

Qui il Governo e la maggioranza hanno risposto: non servono risorse, la lentezza è colpa dei magistrati fannulloni. Che dire? Io francamente non so se i magistrati italiani siano fannulloni o meno, il Governo dice di sì, perché non credergli? Avranno le loro ragioni o no? Se dicono che basta questo basterà questo, pur di avere finalemnte processi più brevi e giustizia in tempi ragionevoli mi sento, per una volta, di dargli fiducia.

Pero’… c’è un però. Se il ragionamento del Governo vale per i processi allora dovrebbe essere utilizzato tal quale anche per le altre lungaggini italiane. Un provvedimento di successo dovrebbe far giurisprudenza, diventare una best practice anche negli altri settori  applicandolo secondo gli stessi criteri. Questo sveltirebbe TUTTO il “Sistema Italia” e proverebbe la buona fede del Governo, altro che leggi ad personam. Faccio dunque alcuni esempi/proposte.

Sanità: Liste di attesa BREVI!

Peggior scandalo ancor dei lunghissimi processi destano le file di attesa nella Sanità Pubblica. Un po’ dovunque in Italia per fare una TAC si puo’ aspettare fino otto mesi, talvolta un anno, roba che se hai un tumore tempo che se ne accorgono il male ti ha già divorato vivo. Se c’è una cosa importante quanto le garanzie processuali per i cittadini è proprio la loro salute, quindi: liste per la TAC brevi,massimo venti giorni per legge! E se i medici fannulloni su una lista di 300 persone in 20 giorni fanno soltanto 50 TAC agli altri 250 pazienti che succede? Niente TAC, si arrangino. Se ha funzionato per i Processi…

Trasporti: Attese per treni o aerei BREVI!

Un Eurostar Roma-Milano costa più di cinquanta euro e un aereo sulla stessa tratta più di cento, è o non è scandaloso con questi prezzi che i mezzi ritardino a volte anche per ore? Il problema è presto risolto: attese brevi per treni e aerei, massimo 20 minuti!  E se il convoglio o l’aereomobile arrivano comunque dopo mezz’ora? Si sopprime il volo o il treno e a Milano da Roma non ci vai. Se funzionerà per i processi…

Processi civili e risarcimenti BREVI!

Sei in causa con l’assicurazione? Lo stronzo ti ha tamponato tranciandoti la Smart nuova in due belle fettine sottili? Hai una vertenza di lavoro? Il socio sostiene che nella società che avete appena sciolto era tutto di sua proprietà? L’inquilino del piano di sopra ha una perdita alle tubature per cui ti è crollato il soffitto in testa? Ti pare giusto che per avere giustizia dovrai aspettare due o tre anni? Per legge: risarcimenti e processi civili brevi, massimo un anno! E se i magistrati fannulloni ci mettono di più? Niente, non becchi una lira, la controversia muore là, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato…

Suona male? Non vi piace? Oh, che palle voi italiani, sempre a lamentarvi! Volevate o no la brevità e l’efficienza a parità di spesa pubblica (senza alzare le tasse), dunque di che vi lamentate? Se la vittima è un risparmiatore fregato da Tanzi, se è lo Stato fatto fesso da un corruttore di giudici o da un politico concussore, se è un imprenditore-onesto defraudato da un imprenditore-truffatore o se è la vittima di un furto a non ottener giustizia, tutto bene… quando la vittima invece siete voi nella  vita di tutti i giorni la brevità non vi piace più? Che vi prende?

Sarete mica diventati  tutti comunisti?

Berlusconi e Tartaglia, la feroce stupidità della violenza.

Scrivo tardi sull’argomento e dirò cose probabilmente già dette. Personalmente sono uno di quelli cui le immagini dell’aggressione a Berlusconi hanno dato parecchio fastidio. La figura ingombrante di B. che sembra esaurire nel bene e nel male l’orizzonte politico italiano, richiama istintivamente letture politiche su ogni evento che lo riguarda, anche laddove non dovrebbero essercene come ad esempio alcuni, non tutti, gli aspetti della sua vita privata. Tuttavia la politica è sempre sovrastruttura, prima bisognerebbe cercare di guardare ai fatti crudi e soltanto in seguito, qualora abbia senso, inserirli in un contesto politico che ha contorni diversi e successivi; infine, ancora successivo, giunge il quadro storico.

Il fatto crudo è una vile aggressione a tradimento ai danni di un anziano di settantaquattro anni. Ed è un fatto negativo per tutti.

E’ negativo innanzitutto per la vittima, colpita, sfigurata, e comprensibilmente scioccata. Indipendentemente per l’antipatia e il disprezzo che si possano provare per il politico in questione, l’empatia nei confronti di chi subisce una violenza a tradimento è nel mio caso più forte. Se si giustifica, per qualunque ragione politica, un atto di violenza gratuita si oltrepassa il limite dello stato di diritto, si entra nell’ordine di idee della guerra civile, reale o potenziale, nel quale io mi auguro l’Italia non debba mai ricadere. Faccio i miei auguri a B. affinché si rimetta, affinché non debba mai più subire violenza fisica alcuna e, se continuo ad augurarmi come sempre la sua sconfitta, che ciò avvenga nella piena legalità costituzionale (urne o quel che è). L’augurio va a lui, ma va soprattutto al paese.

Un fatto brutto e negativo per l’aggressore, che non era un brigatista o un terrorista, ma uno psicolabile incensurato che pare in passato non avesse mai torto un capello a nessuno, sfuggito per una notte al controllo della sua famiglia e di se stesso. Tartaglia (carcere o clinica psichiatrica) verrà giustamente messo in condizione di non nuocere,  già pentito, passerà la vita a maledirsi per la feroce stronzata che ha fatto.

Un fatto brutto per l’opposizione, se così la si vuol chiamare, che in seguito a questo episodio vede risalire i sondaggi di B. e della maggioranza, la pseudosinistra è ricondotta ad un politically correct persino eccessivo vista la situazione e il risalto che ha avuto nel (turpe) dibattito politico (surreale più che sovrastrutturale) che ne è seguito. Se il tuo nemico ha giustamente e circoscrittamente ad un evento di cronaca nera la solidarietà di tutti (compresa, ripeto, la mia), diventa difficile e scivoloso attaccarlo politicamente, cosa sempre legittima in democrazia e addirittura doverosa dagli scranni di minoranza. Tra l’altro

, nel caso del PD, l’attacco politico già prima non aveva mai sortito effetti elettoralemnte fruttuosi. Qualcuno (a destra) dice perché troppo violento, qualcuno (dalle parti di Di Pietro&co) perchè, si sostiene, troppo blando. Mi spiace, ma la corsa all’accordo dei Dalemiani, è sembrata come al solito precipitosa, prontissima, quasi che non si aspettasse che un qualunque pretesto per poterla riproporre.Un fatto negativo per noi che probabilmente verremo criminalizzati in piazza, sui blog o su facebook per ogni imbecille che frequenta gli stessi luoghi reali e virtuali e per ogni eventuale, sacrosanta o meno, critica e invettiva contro una classe dirigente che magari non ci piace.

Un fatto negativo perfino per l’Onorevole Cicchitto e per qualche altro esponente di maggioranza che ha colto la palla al balzo per mescolare tutto, accusare tutti, criminalizzando parimenti tutto ciò che non rema a favore. Travaglio accostato agli anarchici bombaroli (sic!), Facebook ai gruppi extraparlamentari degli anni settanta, giornalisti di varie sfumature a fomentatori d’odio professionisti, magistrati ad eversori, accostando una tizia che placca il Papa  e rompe il femore ad  un cardinale ottuagenario  ad un clima d’odio che ieri era tutto contro B. e oggi anche contro il Vescovo di Roma  e via delirando. Negativo, in sostanza, perché ha dato loro modo di toccare il fondo della propaganda politica, sguazzando in quella palude demagogica in cui non c’è analisi, non c’è differenza, non c’è contesto, non c’è discernimento, c’è soltanto l’orizzonte miope del prossimo sondaggio.

C’è poi la questione del clima d’odio e del partito dell’Amore.


Spiegavo ad un mio amico, convinto sostenitore di Forza Italia, che secondo questo principio la Lega sarebbe responsabile di ogni aggressione ad immigrato avvenuta in Italia negli ultimi anni e lo sarebbe avendo usato un linguaggio molto più esplicitamente  diretto e violento di quello utilizzato da qualunque oppositore istituzionale o giornalistico di B.
E’ una logica che possiamo accettare, ma deve valere per ogni violenza e per ogni vittima.
Mi è stato risposto che nel caso di B. l’odio è tutto rivolto verso una sola persona. Appunto, non ho fatto in tempo a rispondere, un’ unica persona che svolge un ruolo storicamente a rischio di forti contestazioni e azioni criminali (lui come i suoi predecessori), una persona che è obbligatorio e doveroso scortare, proteggere, con tutti i mezzi dello Stato  disponibili a tale scopo e, nel peggiore dei casi come in Piazza Duomo, soccorrore per tempo nel migliore dei modi. Un immigrato invece viene picchiato in silenzio,  nell’indifferenza generale, laggiù nel limbo dei senza voce, dove degli strali di Maroni contro il clima d’odio non s’è mai sentita l’eco.

Il colore viola.

Sabato a Roma, per un giorno soltanto pare e non per l’intera stagione autunno-inverno, sembrava andar di moda il viola. La marea s’è mossa da Piazza della repubblica fino a Piazza San Giovanni, invadendola, debordandola. Sembravano tanti, ottocentomila secondo gli organizzatori diciannove persone secondo la questura, tanti quanto quelli presenti il primo maggio al concertone rock che dovrebbe celebrare il lavoro più che i cantanti e fa concorrenza alla fin fine all’Heiniken Jammin Festival, più di quanto faccia tremare Confindustria.

Dominava il viola sgorgato da Facebook su esortazione di San Precario ma non c’era soltanto quello, comparivano a folti gruppi bandiere rosse di tutti i cinquantadue partiti comunisti rimasti, unico caso al mondo in cui le sigle proliferano più degli elettori, qualche bandiera IdV e perfino quattro bandiere quattro del PD, in barba al dettato del neosegretario della  cui trasparente assenza, guarda un pò, s’è parlato più che delle centinaia di migliaia di presenze indaco. Io e il tassista leninista, armati di macchina fotografica e sprovvisti di indumento a tono (prometto in futuro di comprare una cravatta), scorriamo il corteo, leggiamo striscioni, ascoltiamo slogan. Notiamo perfino un momento di tensione, in cui un viola purissimo uscito dal web, litiga e inveisce contro dei manifestanti con bandiere rosse usciti da qualche sede di partito inquinando, a suo avviso, la volontà dei pervenuti nel prendere le distanze dalla politica tradizionale. Io e il tassista ci domandiamo quando, restando nel solco delle opposizioni a Berlusconi, il movimento viola si dividerà anch’esso in litigiosi correnti. Lealisti Magenta contro dissidenti Lilla. Separatisti Fucsia contro ortodossi Melanzana. Miglioristi orchidea in polemica contro centristi presumibilmente Malva, quest’ultimi in odor di tradimento e collaborazionismo col nemico.
Oh, già… il nemico. Quello è onnipresente e fin troppo chiaro a tutti, rappresentato in  effige sui muri e sui cartelli,  evocato tramite feticci, maschere e pupazzi, il suo nome ingombrante urlato come uno sfogo.
Mentre gironzoliamo per il corteo e intorno a noi sciamano i manifestanti (dei quali a modo mio, sia ben inteso, faccio parte), vediamo comparire qualche vecchio leone che mescola la condizione malridotta della democrazia italiana col golpe in Honduras, individuando una comune matrice a stelle e strisce… Fulvio Grimaldi, bontà sua, è sempre quattro decenni indietro rispetto alla storia e qualche annoluce avanti rispetto alla mia fantasia. Vediamo anche Franceschini,  non quello che ha perso le primarie ma quello che ha fondato le BR, e uno striscione di Lotta Continua (1969-2009  c’è scritto, come se Lotta continua vantasse l’esperienza artigiana e la continuità di gestione di una panetteria o di un ristorante tipico) come se a sinistra nulla si rinnovasse mai, ma tutto procedesse per stratificazioni successive in cui convivono guardandosi in cagnesco il nuovo, il vecchio, il più vecchio, l’antesignano, il relitto e l’archeologia politica. Per la prima volta il PMLI non l’ho visto, ma a ben ripensarci il giorno dopo ricordo alcuni manifestanti esibire orgogliosi “Il Bolscevico”, organo del Partito Comunista più anacronistico tra i molti d’Italia.

Si lo so, un detrattore filoberlusconiano con sta roba c’andrebbe a nozze, ma io non lo dico per denigrare, è proprio che l’occhio nel mio caso tende sempre a fermarsi sui particolari demodè, sulle intrusioni e sui segnali fuori dal contesto storico. Il vintage politico-icononografico se preferite.

Controcorrente nel fiume umano si districano operatori televisivi e intervistatori che a tutti domandano, già consci che la manifestazione è perfettamente riuscita, da domani che cosa cambierà?
Niente.
Lo sanno loro, lo sanno gli intervistati (almeno quelli che hanno abbastanza primavere per averne viste ormai parecchie di manifestazioni ben riuscite) e lo so pure io, però  ce lo domandiamo comunque. Probabilmente, per puro esercizio onanistico.
Si arriva alla fine sotto il palco, arriviamo tardi, c’è già stato Celestini, c’è Salvatore Borsellino, Malerba, Gallo, Dario Fo e Franca Rame, col loro ottuagenario ottimismo da orticaria per un futuro migliore che non arriva mai. C’è Bocca registrato, Tabucchi dalla Francia e qualcuno mormora “beato lui”, c’è Monicelli. Monicelli,
il maestro, alla cui veneranda età rimane più spirito che fiato,  dice cose intelligenti.  Parole che dovrò riascoltare il giorno dopo su Youtube in quanto un camioncino corazzato d’altoparlanti mi spara nelle orecchie le canzoni dei cartoon, così che l’autore di Amici Miei e Il Marchese del Grillo, muove le labbra per esortare i giovani a non mollare, ma sembra cantare UFO Robot in un maldestro involontario doppiaggio. Poi, sul palco, arriva Ulderico Pesce monologhista, attore, cameriere, emigrante pugliese o quel che è.
Ulderico parla del caporalato diffuso in tutta Italia nelle aziende agricole, lo chiama col nome che dovrebbe avere, schiavitù.
La ripete più volte quella parola, schiavitù, schiavitù ai danni degli immigrati che poi criminalizziamo. Chiama l’Italia per quel che è o sta diventando, razzista.  Spiega che basterebbe una semplice legge ( c’è una raccolta firme sul suo sito) di congruità fiscale tra manovalanza  a libro paga e prodotti agricoli che finiscono nei supermercati per colpire questa piaga. E s’incazza, forse per enfasi da guitto forse per temperamento, domandandosi davanti alla schiavitù e alla criminalizzazione degli schiavi dov’è la sinistra, dov’è la chiesa, dov’è il sindacato, dov’è il governo, dov’è la solidarietà.
E  il senso che ha per me questa giornata è in quelle parole e nella volontà residua e ostinata nell’affermare la non complicità con quel che accade. Poi io e il tassista si va a casa, che fa un po’ freddino, la metro scoppia e le bandiere, nella mia esperienza recente, per sgargiante che sia il loro colore hanno appena il tempo di sventolare che sembrano già vecchie e lise.
Foto by Aramcheck

Appunti su un viaggio mai fatto: “Quando Dubai era Dubai”.

Per anni D. mi ha invitato ad andarlo a trovare a Dubai, cosa  che avrei fatto volentieri essendo curioso di vedere come si vive in un posto dove professionisti di tutto il mondo vivono all’Occidentale nel cuore del Medio Oriente arabo. Un posto, per quel che mi raccontavano Andrea,  Alfredo e lo stesso D., più simile a un porto interstellare pieno di razze trekkiane e stramberie multietniche che ad una città non troppo distante da La Mecca. D., lucignolo insidioso, mi invitava anche a investirci a Dubai,  quel paese dei Balocchi creato da sua altezza l’emiro Mohammed bin Rashid Al Maktum che lui definiva orgogliosamente “il mio Sheik” (sceicco). Io gli spiegavo che per investire ci vuole il “capitale”, virtù gloriosa in forma materiale celebrata universalmente dai  calvinisti fino ai burocrati del Catai, della quale mi trovo, mea culpa (3 volte), storicamente sprovvisto.


Nel paese dei balocchi, spiegava Lucignolo, potevi comprare una casa con poche decine di migliaia di dollari e trovarla in brevissimo tempo quintuplicata nel valore. “Il mio Sheik” ripeteva da buon musulmano, lui che è ateo e nato Genova, ” è uno che pensa in grande, c’ha la Vision” con una  improbabile contaminazione tra il lessico  entusiasta dei managers  NewCo e la devozione ancestrale  del più umile tra i Fellahim.  Sua altezza aveva costruito Dubai già maestosa  per un quarto, immaginando e trovando finanziamenti per il resto dell’opera, per molti versi unica, che avrebbe compito in seguito.Già qualche anno fa a Dubai, una città ricordiamolo affacciata sul mare ma circondata dal deserto, a dispetto dei 50 gradi all’ombra potevi staccare dal lavoro e andare a sciare dentro  un apposito palazzo  chiamato Ski Dubay o passeggiare tra banker di sabbia e manager abbronzati armato di mazza e palline, per innumerevoli verdissimi campi da Golf. Se trovare acqua nel deserto è roba da rabdomanti, evidentemente portarci neve e verdi aiuole è roba da “Sceicchi con la Vision

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®“. La febbre edilizia dell’Emirato aveva bisogno di manodopera, essendo la popolazione autoctona tuttosommato ridotta  e i golfisti occidentali poco inclini all’uso della cazzuola si dovette importarla dall’estero. Dall’India in particolare c’era di che prelevare braccia. Mi raccontava D. come arrivassero a ciclo continuo  navi stracolme di quelli che con cinismo coloniale definiva “indianini”, pronti a lavorare come schiavi sotto il sole mediorientale, per stipendi da fame e con permessi di soggiorno a” progetto” di stretta scadenza e rimpatrio garantito. Una specie di sogno leghista in salsa  arabica. Le frotte di “indianini”, che per di più si beccavano il sottile razzismo degli abitanti dell’emirato forti del proprio stile di vita eccezionale e dei propri alti redditi, non bastavano da soli costruire il sogno di Mohammed bin Rashid Al Maktubraccia laboriose ma comunque troppo piccole per una Vision così grande. Serviva tecnologia, servivano le gru. E’ così che nell’aprile di quest’anno Dubai, poco più che una città in mezzo al nulla, si trovò ad avere sul proprio territorio il 25% di tutte le gru del mondo.

Avete letto bene, una gru attiva su quattro era a Dubai.

 

Per costruirci cosa vi starete domandando? La Vision dello Sheik, naturalemente. Ad esempio un arcipelago di isole residenziali artificiali a forma di palma il Palm Deira, che nemmeno doveva bastare visto che intanto se ne pianificava un altro il Palm Jebel Ali.  naturalemnte costruendo anche il Waterfront, una lingua di terra di 70km per proteggere le palme, il più grosso progetto architettonico al mondo nel suo genere. Gli uomini più ricchi della terra avrebbero dovuto ognuno prenotare la sua isola artificiale o la sua villa, servite da motoscafi che ti portavano la spesa a casa, roba così:



Tra l’altro neppure i due progetti più faraonici e bizzarri visto che c’era gente che prenotava la propria isola artificiale, nel nuovo mondo di isole artificiali in costruzione, The World. C’era il tizio che prenotava il Giappone, chi comprava la Patagonia e chi,bontà sua, persino l’Italia (giurin giuretto stavolta Berlusconi non c’entra), il tutto in uno scenario che appariva più o meno così:

 

Non male per essere un cantiere? Vien quasi voglia di comprare l’Inghilterra per stramaledirli in casa loro, di comprare l’Antartide per starsene isolati tra i pinguini o di comprare Dubai per essere in una Dubai, dentro una Dubai, dentro una Dubai… Tanti e tali sono i vezzi dei ricchi. Nella Vision naturalmente non mancavano alcuni tra i grattacieli più alti del mondo, nonché molti tra i più contorti frutto  dei sogni lisergici di affermatissimi architetti. Tra questi era in costruzione un grattacielo alto un chilometro, l’unico edificio al mondo dove alcuni condomini sarebbero stati al livello del male ed  altri  in montagna. Eh, erano i tempi della corsa al cemento, quando il mattone era il mattone e i soldi (per chi li aveva) erano talemente tanto soldi da riprodursi autonomamente,  in una specie di cancerosa  mitosi speculativa.
E ora? Ora la bolla è scoppiata. I cantieri sono fermi, le altissime gru sono in balia delle sabbie e della ruggine, gli indiani presumibilmente senza lavoro. Come risporta “Il Sole24ore” per bocca di un analista del luogo l’80% degli investimenti con la crisi s’è fermato, bloccando il 20% dei dei cantieri, proprio quelli più faraonici di cui si è detto sopra. Resta un quinto del denaro tutto dedicato all’edilizia convenzionale, finché dura. Qui dove non si riesce a  sistemare la Salerno-reggio Calabria si potrebbe anche ridere dell’infausta fine della Vision dell’Emiro, se non ché le banche europee pare siano esposte su quei cantieri per qualcosa come 40 miliardi di dollari.

La globalizzazione in fondo è anche questo: vedere la tua banca che chiude e trovarne le cause nel sogno infranto delle Mille e una Notte.

Il dolore degli altri.

Eluana è morta tre volte. La prima volta è morta 17 anni fa quando, a causa di un disgraziato incidente, a morire è stata la sua mente impedendole di continuare a sperimentare il mondo sensibile. La seconda volta Eluana è morta quando la sua tragica vicenda e il suo corpo ormai inabile,  sono diventati il triste teatro dove si è svolta la danza macabra degli avvoltoi della politica, della religione e della morale. La bruttezza umana, la miseria culturale e la totale assenza di pudore e di contegno degli sciacalli sono ricaduti tutti sulla famiglia Englaro anch’essa condannata per tre volte.
La terza volta, infine, Eluana è morta ieri. Riposi in pace.

I politici.
Oscena, mille volte oscena, l’epifania della passione politica ritrovata dagli inamovibili burocrati di palazzo che si macchiano di ogni doppiezza e di ogni sotterfugio quando in gioco sono il loro potere e il loro portafoglio, spietati aguzzini che ragionano sempre per convenienza di fazione e poi s’indignano di colpo, all’ultimo minuto,  sul dolore e sulla pelle degli altri. Gridano all’assassinio loro che tacciono ogni giorno mille altri assassinii di vite spezzate per logiche a loro fin troppo familiari. L’enfasi posticcia, la dignità delle idee che ritrova vigore sul dolore lontano, finito forse vent’anni fa, del corpo di una ragazza e porta alla gogna il dolore attuale, lacerante ed estenuante di chi quella ragazza l’ha amata in vita e le ha dato la vita.
Dall’accenno alle mestruazioni e alla possibilità di avere figli,  al forzato scontro istituzionale, di chi ha avuto anni per intervenire su impianto normativo che oggi non gli sta piu’ bene perchè il padre di una ragazza ha scelto la via della battaglia civile e legale invece che accettare una condanna per sua figlia che lei non avrebbe voluto. Perché in condizioni simili a Eluana ce ne sono e ce ne sono stati molti e voi siete stati fermi, avete blaterato invece che scrivere le leggi come è vostro dovere e oggi ogni vostra indignazione è falsa, strumentale e colpevole. Siete tanto lesti a piegare la legge  ogni volta che tocca i vostri meschini interessi, che fanno pena le vostre lacrime ipocrite per la teocrazia che non c’avete imposto o per lo stato finalmente laico che non avete avuto il coraggio di costruire.
Il governo dell’ emergenza è un governo che ha fallito.
Quando il vuoto della legge deve essere colmato dalle sentenze del magistrato è il legislatore ad aver fallito in precedenza.

Con la sentenza dell’ultima corte la legge si è espressa, taccia dunque chi non ha agito per tempo potendolo fare, quale che fosse l’orientamento ipotetico del suo legiferare. Volontà, libertà e rispetto.
Se un cattolico vuole essere tenuto in vita ad oltranza, quale che siano le sue condizioni, questa sua volontà deve essere rispettata. Curato, sostentato, idratato e alimentato dallo stato laico, ma non si imponga ad altri un Dio che non è il loro, una morale che non è la loro e non si vìoli la sovranità della volontà della persona. La nostra volontà imperfetta e traballante è cio’ che ci fa uomini ed è l’ultimo baluardo della nostra libertà quando ogni altra libertà ci viene sottratta. Se fossi privato della possibilità di decidere vorrei che ogni decisione fosse posta nelle mani di chi mi ha conosciuto e amato in vita, non ad altri. Io non ho nulla contro coloro che assecondando la loro idea di pietà hanno mostrato pareri diversi, ma certe bieche espressioni della autodefinitasi cultura della vita mostrano la peggiore spietatezza nelle parole di monsignor Betori, il quale dichiara:

“[Le suore] Non hanno scritto libri né si son messe a frequentare le televisioni per dire le loro ragioni, traducendo un fatto umano in un volano di azione politica; ma nessuno può negare che, se la ragione sta dalla parte dell’amore, il loro amore è stato il più alto e il più concreto fra tutti.
Sono parole scelte con cura. In modo sconcertante si maschera da elogio per delle infermiere religiose il vile attacco al padre di Eluana, paragonando (con l’intento preciso di sminuirlo) l’amore di un padre che ha perso la figlia dopo averla vista crescere e sorridere a quello di chi ha (con umanità indiscutibile) accudito un corpo quasi esanime. Monsignore, il riferimento obliquo ai libri e alle televisioni è di un’indecenza che scade nell’infamia, è l’attacco deliberato ad altre vittime di questa vicen

da lanciato da uno scranno distante che mostra tutto il valore della sua idea di pietas. Lei monsignore punta l’indice, quando il suo Signore le ingiunse di non giudicare, contro un dolore a lei sconosciuto e insondabile, un dramma estenuante che puo’ non soverchiare soltanto una falsa coscienza. Questa non è la cultura della vita ma la cultura del dolore,  il dolore altrui  usato per espiare i propri peccati e per legittimare il proprio magistero. 

Ad alcuni il Cristo fa comodo eternamente sulla croce dalla quale non  vorrebbero mai vederlo scendere, a costo di usare le parole come la lancia di Longino contro chi lo piange dopo averne condiviso il calvario e averlo amato in vita.
Si rimetta la scelta alla volontà del singolo e la si rispetti, indipendentemente che questa sia guidata dalle sacre scritture o dall’aspirazione laica a una morte dignitosa. Soprattutto si rispetti il dolore altrui, perché contro di esso ogni essere umano combatte la propria battaglia da solo e con piena responsabilità.   

Videocracy: raccontando l’era di Re Silvio (II).

[[...segue]In oltre sessant’anni dalla sua morte il cinema italiano ha faticato a produrre una cinematografia matura su Mussolini e i titoli che si ricordano, da “Mussolini: Ultimo atto” (Lizzani, 1974) a Vincere (Bellocchio, 2009), non sembrano aver segnato una piena rielaborazione storica o si sono limitati a lambire il personaggio raccontando storie limitrofe alla vicenda umana e politica del Duce. L’Italia, anche in senso artistico, fa i conti lentamente col proprio passato e ancor più lentamente elabora il presente. Un lungometraggio come “La caduta”, la splendida produzione tedesca sulle ultime ore di Hitler, manca al nostro cinema e un’operazione a caldocome quella fatta da Oliver Stone con “W” sembra impossibile se si pensa al rapporto che il nostro cinema ha con Berlusconi e con la narrazione di questi anni.Come del resto la stampa e la saggistica, i documentari sul Cavaliere sono invece numerosi, spesso ben fatti e hanno riscosso un certo successo. Viva Zapatero (Guzzanti, 2005), Citizen Berlusconi (Cairola, Gray, 2003), l’esilarante Quando c’era Silvio (Cremagnani, Deaglio, Oliva, 2006) sono alcuni esempi accompagnati da una serie corposa di produzioni minori sul premier o sulla sua area politica (Uccidete la Democrazia!, Lilli e il Cavaliere, Camice verdi).

Era necessario davvero un nuovo docufilm come Videocracy?
Sì, anzi questi rappresenta probabilmente un tassello mancante della nostra narrazione collettiva.

Tutti i lavori citati sopra si concentrano prevalentemente sulla vicenda giudiziaria e politica di Berlusconi, sul monopolio del sistema televisivo e le numerose derive censorie, sul suo nuovo populismo e sul carattere  del premier nei suoi aspetti grotteschi, volgari e votati ad una straripante megalomania. Si è ricostruita la sua scalata imprenditoriale e politica cercando di far luce sugli innumerevoli aspetti oscuri e si è criticato l’esercizio autoritaristico e accentratore del potere politico, mediatico, legislativo ed economico.

Videocracy muove per la prima volta in modo davvero efficace la cinepresa sugli aspetti culturali veicolati dalla televisione commerciale e sulla metamorfosi dell’immaginario collettivo avvenuta prima e durante l’epoca Berlusconiana.

In Videocracy Berlusconi compare poco o pochissimo, ma trionfa ovunque il suo immaginario personale diffuso ad antenne unificate dalle sue televisioni. Non si parla di telegiornali, spot elettorali o programmi di approfondimento politico accondiscendenti, ma finalmente dell’ intrattenimento e della generazione di attuali ventenni cresciuta all’ombra di esso.

Non perché le generazioni successive ne siano  immuni o perchè i ventenni ne siano tutti culturalmente figli, ma essi più che altri sono cresciuti in assenza di una cultura alternativa forte e rappresentano quindi lo strato di popolazione più interessante da comprendere in questo senso.
 

E’ la battaglia culturale vinta da Berlusconi nel proporre un nuovo immaginario agli italiani ad aver schiantato la sinistra, non la battaglia politica che egli ha dimostrato di poter perdere diverse volte malgrado i  diromepenti strumenti di propaganda a disposizione e la pochezza cronica dei suoi rabbrecciati oppositori.

L’utopia della visibilità mediatica individuale  si sostituisce e tramite lo schermo televisivo che ne mostra continuamente i lustri si fa anche più concreta, di qualunque utopia egualitaria o semplicemente di progresso sociale collettivo.

Ognuno avrà il suo quarto d’ora di notorietà diceva Warhol.

Eppure, nella loro ridicola apparente vanagloria, quei quindici minuti sono molto più raggiungibili e direttamente comprensibili di qualunque società tra eguali.
Per anni la sinistra italiana, al bar come alle Camere,  ha liquidato l’argomento con analisi rozze ed approssimative, che si sono limitate al giudizio talvolta esplicito, talvolta sottinteso secondo cui: la televisione di Berlusconi rincoglionisce e instupidisce gli italiani.

Eppure, quella sottocultura disprezzata e liquidata in fretta e furia oggi è  cultura egemonica nel paese,  come lo fu quella di sinistra per un trentennio fino agli anni settanta e bisogna essere rinchiusi definitivamente nella gabbia aristocratica del proprio ambiente altoculturale per non accorgersi che non ci può essere riscatto politico se non si ribalta questo stato di cose.

Quando negli anni ottanta l’intrattenimento delle TV berlusconiane, oggi modello unico anche per la RAI, cominciava ad affermarsi sapevamo poco del privato e dei gusti del loro propietario, il cui ruolo nella costruzione dei palinsesti era stato forse sottovalutato.

Ottimismo, sorrisi, benessere e  corpi di belle donne, racconta Videocracy, sono i gusti personali del Cavaliere rappresentati  dalle sue TV e oggi, definitivamente, appaiono come i gusti del suo regno.

L’ottimismo è quello di Riccardo l’operaio convinto di poter avere una carriera televisiva contro ogni evidenza e spende il proprio magro stipendio per giocarsi le sue carte menter vive ancora con la madre. I corpi delle centinaia di ragazze che ballano in innumerevoli provini ammiccando alla telecamera nella speranza che questa non distolga mai più il suo occhio miracoloso dalle loro curve, relegandole per sempre ad un insopportabile oblio. Il benessere di Corona e Mora, caronti che compiono il percorso inverso dello Stige dal grigio mondo reale dell’anonimato alla vitale e lussuosa esistenza mondana dei VIP, le cui briciole vengono raccolte da schiere di giovani aspiranti tronisti e veline. I sorrisi, infine, del cavaliere, dei presentatori cerimonieri e delle mille vallette, coloro che ce l’hanno fatta  e dall’alto dell’Olimpo ci invitano a compiere la stessa  gioiosa scalata, costi quel che costi.

Pasolini sosteneva che il fascismo non aveva in realtà mutato gla natura profonda degli italiani malgrado la brutale dominazione durante il ventennio, al contrario nel 1975 riteneva che il nuovo potere che si stava affermando tramite la televisione avrebbe spazzato via i codici culturali che l’avevano preceduto. Videocracy pone la questione dell’avvenuto compimento di tale processo.

Mentre il trailer veniva censurato da Rai e Mediaset perchè di parte, come se un film dovesse essere apolitico o equidistante per poter essere pubblicizzato alla vigilia della distribuzione in sala (confrontatevi col libero mercato! Tuona Brunetta contro i cineasti italiani…), qualcuno a sinistra davanti alle prime proiezioni già diceva: Videocracy non stupisce, sono cose che sappiamo.

Ma è proprio ciò che crediamo di sapere ed evidentemente non comprendiamo,  altrimenti non ci avrebbe sconfitto, che dovremmo almeno tentare di documentare. Erik Gandini ci è riuscito benissimo.